giovedì 22 gennaio 2026

Iperwriters - Iolanda inosservata


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 84 - Iolanda inosservata

Venerdì, ore 13. Questa volta l'uscita in libreria, pur sul bancone delle novità, è rischiosa: non posso più contare sulla moda, già evaporata, del porno al femminile. Iolanda è solo un giallo fra i tanti, e io ho commesso un fatale errore di promozione.
Avrei dovuto insistere con l'ufficio stampa perché venisse presentata come un mio personale psicodramma, atto di vivisezione e cannibalismo della mia storia famigliare. Oggi sarebbe una scontata operazione commerciale: vi vendo il femminicidio della mia prozia. Meno scontata allora. Bassa e volgare, lo so, disgustosa, ma ci vengono offerti altri modi per ottenere attenzione?
Iolanda invece è stata proposta come una storia di provincia segreta.
Avevo seminato non indizi, ma informazioni certe che lei fosse stata la mia prozia, ma se n'era accorto solo il mio editore. Fra gli altri, nessuno lo ha notato, o ha finto di non notarlo. In altri tempi se ne sarebbe parlato. E si sarebbe parlato della sindrome generazionale da me ampiamente trattata.
Iolanda, essendo una storia di morti che agiscono sui vivi non attraverso medium ma attraverso l'immaginario, contiene una forte scena necrofila:
Entro nel Mito di tutti i miti, nella Donna di tutte le donne, e lei è fantastica e unica... mi ama... sto scopando una fica morta e leggendaria, terribile e immensa, grande... e c'è molto altro in lei, oltre lei. C'è confusione, una divina confusione. Sto violentando la morte, lei è il Mistero che mi fa godere... giurerei di essere morto anch'io, come lei, e non sono mai stato più vivo.
Cerco di correggere il tiro con una locandina promozionale:
1931. A Nonantola muore assassinata Iolanda Magnoni, antenata della scrittrice. Negli anni settanta tre studenti del Dams di Bologna e un travestito sono affascinati dal fatto di cronaca e progettano di farne un film. Ma l'antico crimine estende la sua influenza fino ai tempi più recenti, in una sequenza di drammatici eventi attraverso gli anni ottanta e novanta. Una storia dark di delitto e necrofilia in cui si intrecciano e si sovrappongono i piani del reale e dell'immaginario.
Un amico, lui pure vincitore del Premio Tedeschi, mi ha organizzato una presentazione alla biblioteca di Villa Spada, a Bologna. La mia prima con un libro da libreria, e con il marchio Tropea.
A questo punto devo raccontare un fatto che mi è penoso perfino ricordare.

(Immagine: copertina di Iolanda Song - La canzone di Iolanda, riedizione da Delos Digital, 2021)


venerdì 19 dicembre 2025

Iperwriters - Iolanda e la sua sindrome

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 83 - Iolanda e la sua sindrome

Venerdì, ore 13. Alla fine ce l'ho fatta. Ho scritto un romanzo. Quello a cui pensavano le persone quando mi chiedevano: "A parte i gialli, non ti piacerebbe scrivere un vero romanzo?"
Solo che questo romanzo è anche un giallo, o piuttosto contiene tre fili di thriller. Così sottili che chi legge potrebbe anche non accorgersene. Il tono è piuttosto da romanzo generazionale e ritratto della decadenza di un'epoca.
Ce l'ho fatta: ho chiuso il cerchio fra letteratura “alta” e paraletterature trash per tornare a un prodotto che, contenendo tutte le paraletterature, raggiunge una sua dignità di scrittura. Iolanda, secondo Max, è stato il mio lavoro migliore nell'ambito della narrativa. Piace ancora oggi agli amici che lo leggono. Ha una sua eterna giovinezza.
Su La Stampa di Torino è nella classifica dei migliori thriller dell'anno, ma non entro nella cinquina del premio Scerbanenco.
Secondo me, quello che rende Iolanda unico nel suo genere è la mia analisi dell'immaginario. E' l'immaginario il vero protagonista (e il vero assassino) della storia, nelle modalità in cui muove le vite umane, in un tempo in cui, nutriti a fiction, cinema e televisione, ci si immagina più che vivere. Uno dei miei personaggi, Francine, crede di dover essere una grande attrice per aver avuto un fratello morto suicida. E' la "sindrome del fratello di Francine":
"… tutti hanno, tutti abbiamo, qualcuno o qualcosa, se non un fratello suicida, almeno una nonna protofemminista, una zia pazza che girava con la carabina a tracolla, un padre maniaco religioso... insomma tutti hanno un accidente qualsiasi, un trauma, una piaga, uno stravolgimento che li giustifichi... a diventare grandi romanzieri, grandi artisti, grandi attori, grandi qualsiasicosa.
Se non ce l’hanno nel passato, si ingegnano a crearselo nel presente, e così potete assistere a tutta una passerella di gente che si fa le pere, o si spara in moto a duecento all’ora, o trinca una bottiglia di vodka al giorno, o ruba senza averne la necessità, o fa sesso pesante nei cessi delle stazioni, o vive in case sudicie con un conto in banca di nove zeri ... gente disposta allo sregolamento più pazzo pur di essere in regola, gente che si sbatte per avere un fratello di Francine, convinta che sia il visto d’ingresso per gli Stati Uniti della creatività."

(Immagine: copertina di Iolanda Song - La canzone di Iolanda, riedizione da Delos Digital, 2020)


lunedì 8 dicembre 2025

Alex Miozzi sulle tracce della Storia


Recensione di Andrea Carlo Cappi

Sulle tracce di Agnese di Alex Miozzi è un libro, fondamentalmente noir ma non solo, scritto proprio per i miei gusti. Chi mi legge conosce la mia passione per i romanzi che procedono su diversi piani narrativi e qui se ne trovano ben tre, perfettamente correlati fra loro in un attento montaggio alternato. Due, paralleli, si svolgono tra il 1944 e il 1945; il terzo - l'elemento portante dell'intera struttura - nella Milano ancora in fase di ricostruzione del 1949. 
Un percorso segue il "Lince", capo di un gruppo di partigiani attivo a Milano, bersagliato però da agguati e arresti che lasciano sospettare un tradimento. Un altro, nello stesso periodo, svela gradualmente la verità su Agnese Carta, insegnante di Lettere presso la scuola G. B. Tiepolo in piazza Ascoli a Milano (luogo che ben conosco, non solo perché storico esempio di architettura razionalista, ma anche perché ci ho fatto le medie negli anni '70); la donna, arrestata e deportata nel lager femminile di Ravensbrück in Germania, viene in seguito liberata perché possa svolgere un incarico inaspettato.
Il percorso narrativo principale, tra i cui capitoli sono sapientemente incastonati i flashback (tutti ben corredati da luogo e data degli eventi), vede invece una donna di nome Anna Bomard arrivare a Milano anni dopo e dare inizio a un'indagine sulle tracce, appunto, di Agnese. Si rivolge quindi a Pietro Missaglia, un ex partigiano che campa come investigatore privato (attività che in Italia cominciò a essere codificata negli anni '30, la stessa epoca che vedeva il successo della collana Il Giallo Mondadori).

Nell'arco di cinque anni molte cose sono cambiate e diverse persone coinvolte in queste storie sono scomparse durante la guerra, da un lato o dall'altro della barricata. C'è ancora qualcuno che potrebbe fare luce sul mistero di Agnese, ma forse non è un caso se muore prima che possa parlare con i protagonisti. E ben presto gli stessi Anna e Pietro diventano i bersagli di chi non vuole che si scoprano certi vecchi segreti. Alla fine però tutto viene svelato e le tre storie tra Italia e Germania si riuniscono in una sola, che riguarda da vicino il passato dei personaggi principali.
L'ambientazione dominante è la Milano a cavallo della guerra, ricostruita non solo con luoghi e atmosfere, ma anche con qualche inserto dialettale nei dialoghi (tutti resi peraltro comprensibili dall'autore), dal momento che in quegli anni si parlava ancora moltissimo il milanese. A emergere è anche un aspetto triste ma reale: la metamorfosi dei lacché di regime in personaggi falsamente immacolati nell'immediato dopoguerra, pronti prima a giocare senza pietà con le vite altrui per dimostrare il proprio zelo e dopo ad attribuire ad altri - innocenti - le proprie colpe.
Del resto, Milano con i suoi angoli oscuri rimane una città fondamentale nella storia del mystery e del noir italiani, scelta come scenario già negli anni '30 da Augusto De Angelis, per poi passare tra le mani di Giorgio Scerbanenco, Renato Olivieri e Andrea G. Pinketts.

Un altro aspetto fondamentale di questo romanzo è che, nel raccontare una storia di circa ottant'anni fa, sottolinea un aspetto che sta tornando nuovamente attuale in tutto l'Occidente. Per amor di quieto vivere, gli esseri umani non esitano ad assecondare qualsiasi regime, anche il più aberrante; anzi, talvolta lo esaltano come vera "libertà", a dispetto dei deliri e delle menzogne dei loro leader. Finché sono altri a essere deportati o uccisi, a noi va tutto bene.
Ma ogni tanto c'è qualcuno che osa disobbedire alle leggi più assurde, rischiando per questo la propria vita: in Sulle tracce di Agnese ci sono personaggi che non esitano a esporsi per salvare dal lager una ragazzina ebrea e si trovano cenni all'Operazione Valchiria, il fallito attentato a Hitler messo in atto nel 1944 dai vertici militari tedeschi per porre fine alla guerra.
A volte c'è chi scorge la verità dietro la propaganda e agisce di conseguenza. Anche se, ieri come probabilmente oggi, di solito arriva troppo tardi.

Alex Miozzi, Sulle tracce di Agnese, Neos Edizioni, 240 pagine, 20 euro

giovedì 4 dicembre 2025

Iperwriters - Iolanda e la sua canzone


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 82 - Iolanda e la sua canzone

Venerdì, ore 13. Iolanda era la sorella della mia nonna paterna, assassinata nel 1931 a colpi di pistola da un fidanzato “che non accettava di essere lasciato”. Un femminicidio, secondo la definizione odierna. Allora lo chiamavano (e avrebbero continuato a chiamarlo nei thriller fino agli anni '80) “crimine passionale”.
Fin da quando ero molto piccola sentivo raccontare in casa la storia di Iolanda. Una leggenda nera famigliare. Mio padre aveva un suo ritratto, e diceva che ne avevano fatto una canzone (il femminicidio negli anni '30 doveva essere un fatto traumatico per una piccola comunità del modenese, tale da essere elaborata sotto forma di ballata popolare).

Se di Iolanda avevano fatto una canzone, io ne avrei fatto un romanzo. Il prossimo per Tropea.
Sono andata sui luoghi del delitto, ho consultato i giornali d'epoca, parlato con una testimone ancora in vita, scoperto il nome dell'assassino.
Ho lavorato intrecciando temi e storie diversi, in livelli temporali diversi. Ho usato i miei ricordi degli anni '70 (i personaggi alle soglie del 2000 sono quarantenni nostalgici, ex studenti del DAMS e cineasti mancati) volgendoli al maschile, per parlare a un pubblico maschile (le donne leggono bisex abitualmente, gli uomini raramente, se il libro non è erotico o non ha vinto un premio).
L'elemento femminile è Iolanda, una e trina. C'è la storia della prima Iolanda nel 1931. E c'è una seconda Iolanda negli anni '70, impersonata da una drag queen che ne ha assunto l'identità, Iolanda la Tragica, Iolanda la Grande Assassinata. Modellata da suggestioni di Genet e sui travestiti che avevo conosciuto. Una terza Iolanda, negli anni '90, è la giovane nipote di Iolanda la Tragica.
Le tre Iolande vengono uccise in una catena di folle fatalità che si snoda attraverso le epoche.
L'assassino, a prescindere dalla mano che impugna l'arma, è un collettivo immaginante, la favola bella che ieri ci illuse, per citare D'Annunzio.
Al posto della canzone origininale, probabilmente perduta, ho scelto un leit-motiv da un film che la prima Iolanda potrebbe aver visto: La segretaria privata, del 1931, con Elsa Merlini e Sergio Tofano, per la regia di Goffredo Alesandrini.
Fra il mio cervello e il cuor/giammai l'accordo regnerà/l'un ragiona, l'altro vuol sognar...

(Immagine: copertina de La canzone di Iolanda, Marco Tropea Editore, 1998)


domenica 30 novembre 2025

Spy Game incontra Juri Casati

Juri Casati

Nell'ambito degli incontri con autori e autrici della collana in ebook Spy Game - Storie della Guerra Fredda di Delos Digital, oggi parliamo con Juri Casati, noto soprattutto come autore horror, ma attento sperimentatore di tutti i generi letterari, che ora infatti si rivela anche preparatissimo come autore di spionaggio con la sua novelette suddivisa in due volumi dal titolo Alba chiara: la prima parte è uscita all'inizio di novembre del 2025, la seconda parte è disponibile dal 2 dicembre. In questa intervista scopriamo i suoi trascorsi nella narrativa e il suo ingresso nella spy story.

SG: Benvenuto in questa collana fondata da Stefano Di Marino, maestro indimenticato della narrativa di spionaggio made in Italy. Parlaci del tuo Alba chiara.

Come è noto, il 10 luglio 1976 l’azienda chimica Icmesa rilasciò accidentalmente una nube di diossina, un agente chimico estremamente tossico, che avvolse la vicina città di Seveso, in Lombardia.
L’incidente suscitò enormi polemiche poiché l’Icmesa era stata accusata in passato di produrre il cosiddetto “agente arancio”, un’arma chimica che gli americani avevano largamente utilizzato durante la guerra del Vietnam. Ma la guerra in Vietnam era terminata da un anno. Cosa stava producendo adesso l’Icmesa a Seveso?
Ad alimentare ulteriormente le polemiche contribuì anche il comportamento della NATO, che inviò immediatamente a Seveso alcuni suoi uomini per monitorare la situazione. Perché lo fece?
La NATO, la CIA, gli americani insomma, c’entravano forse qualcosa con quello che era successo?
Alba chiara parte qui, da fatti e polemiche realmente avvenuti nell’Italia del 1976.


SG: E a questo punto entrarono in gioco altri attori...

I servizi segreti dei paesi dell’Europa orientale erano convinti che gli americani c’entrassero eccome ed elaborarono una spiegazione sui motivi che potevano aver spinto la NATO a testare gli effetti dell’uso della diossina sui civili. Secondo loro era un nuovo tipo di arma che non provocava vittime al momento, ma che poteva far vincere la Guerra Fredda nel giro di una generazione.
Ma per accusare gli Stati Uniti di un fatto così grave servivano prove, serviva cioè mettere le mani sul dossier che gli agenti della NATO avevano elaborato a Seveso nei giorni successivi al disastro.
Anni dopo, nel 1989, durante gli ultimi giorni della Guerra Fredda, un ufficiale della Stasi, il temibile servizio segreto della Germania Est, capì che era possibile recuperare quel dossier.
La Guerra Fredda sembrava ormai giunta al termine, gli americani e i loro alleati avevano vinto. Quella era l’ultima possibilità che rimaneva ai paesi del Patto di Varsavia di rovesciare l’esito della Storia.
L’intuizione che il dossier fosse ancora recuperabile venne all’ufficiale della Stasi nel modo più incredibile possibile, leggendo cioè un numero di Tv Sorrisi e Canzoni sequestrato a un ragazzo, che riportava un’intervista a Vasco Rossi nel decennale dell’uscita della sua canzone più nota, Albachiara.
Tutti i servizi dell’Europa orientale si mossero per mettere le mani su quel dossier.
Ma non tutti volevano la vittoria del socialismo.


SG: Questa novelette in due parti non era nata per Spy Game ma, quando è arrivata a Delos è risultata perfetta per la collana. Che cosa ti ha ispirato a scegliere questa storia e quel particolare momento storico?

È nato tutto un po’ per caso.
Sono partito da due spunti reali, due curiosità poco note al grande pubblico, che stavo rielaborando in storie diverse.
Da un lato mi aveva colpito leggere che la NATO avesse inviato a Seveso, nelle ore immediatamente successive all’incidente, alcuni esperti per studiare quello che i giornali di allora chiamarono “l’uomo diossinato”, cioè la persona che era stata esposta alla diossina.
Da un altro lato ero rimasto affascinato nell'apprendere che la prima versione del testo di Albachiara riguardasse il disastro di Seveso, che l’autore della prima versione del testo fosse morto di overdose e che il testo originario non fosse mai stato divulgato in seguito.
Poiché queste due curiosità avevano in comune la questione di Seveso, a un certo punto mi è venuto quasi spontaneo unire le due idee di partenza in un’unica storia.
Il genere spy story era inevitabile: se c’era di mezzo la NATO, doveva esserci di mezzo anche il suo omologo opposto, il Patto di Varsavia, cioè l’alleanza militare dei paesi comunisti europei.
Poi si è trattato di scegliere il periodo storico. Fine anni '70 o anni '80?
Devo dire che in un primo momento avevo pensato di collocare la storia direttamente nel 1976, durante le contestazioni studentesche e operaie italiane più violente. Poi però ho pensato che poteva essere la volta buona per scrivere qualcosa ambientato negli anni '80, periodo che non ero ancora riuscito a utilizzare come sfondo delle mie storie. E dire che ho sempre avuto interesse per gli anni '80 – decennio che ho attraversato quando ero bambino e ragazzo – con i suoi eccessi e le sue contraddizioni.

SG: Il che ti ha "portato" a Milano...

Se si parlava di Italia anni '80, la location non poteva che essere Milano, la Milano glamour, la “Milano da bere”, come diceva un fortunato spot pubblicitario dell’epoca. Per rendere meglio l’ambientazione ho trapuntato il testo di modi di dire, musica e cultura pop anni 80. Troverete quindi: commodore 64, paninari, yuppies, cocaina, modelle, Milan di Sacchi, I ragazzi della Terza C, Craxi, cortei sindacali, cantieri per Italia 90, felpe Best Company.
La scelta temporale mi ha anche consentito anche di smorzare i toni. La conflittualità tra spie non sarebbe stata come quella di certi film di 007, dura e pura. Sarebbe stata piuttosto una battaglia in un’epoca ideologicamente decadente – dove si affrontavano persone che non credevano più nei vecchi ideali e persone che tentavano di difenderli – e questo mi avrebbe dato la possibilità di creare personaggi con dubbi e problemi, cioè molto più realistici.

SG: Non sei abitualmente un autore di spy story, ma ti dimostri molto competente. Quali sono le tue esperienze come lettore e spettatore?

Da bravo cultore della storia degli anni '80, ho letto molta saggistica (in questo caso la saggistica equivale alla letteratura, fidatevi) riguardante la Guerra Fredda e gli stati che aderivano al Patto di Varsavia. Mi permetto per esempio di consigliare la lettura di C’era una volta la DDR di Anna Funder.
Per quanto riguarda la letteratura sono ancora legato ai grandi classici di John le Carrè, e credo che a leggerlo non si sbagli mai.
Per quanto riguarda i film il discorso si fa più complesso. Io, più che una storia nel pieno della Guerra Fredda, ho scritto una spy story a confronto quasi finito, quando cioè si erano ben delineati vincitori e vinti, un periodo narrativamente forse più interessante. E, non a caso, ho sempre apprezzato il film vecchio ma sempre bello Caccia a Ottobre Rosso.


SG: Parlaci ora del tuo percorso come scrittore.

Il mio comincia a essere un percorso lungo, ormai superiore ai vent’anni. Ho collaborato con una rivista musicale e ideato contenuti per la radio e per la pubblicità.
Ma soprattutto ho sperimentato sia il formato del racconto sia quello del romanzo, sia in cartaceo sia in digitale, cimentandomi principalmente nei diversi sottogeneri del fantastico: dal weird all’horror, dallo young adult alla fantascienza. Ma ho fatto incursioni anche nella fanfiction e nel giallo tradizionale.
Si tratta quindi di una vasta produzione, che mi ha permesso di pubblicare con diverse case editrici, tra cui Delos, Ponte alle Grazie, Profondo Rosso, La Sirena, DarkZone, Leima, Catnip, Dunwich, Echos, Esescifi, Erga.
In particolare per Delos ho già pubblicato nel 2019 Lo strangolatore di Little Rock, la storia di un serial killer che sembra scegliere le vittime a caso; e nel 2023 Il taccuino, in cui un’iscrizione su una lapide ottocentesca sembra contenere un indizio per risolvere un lontano omicidio, ma chi tenta di indagare muore.
L’ultima pubblicazione prima di oggi è stata nel 2024 con Ucciderò un’influencer, un horror per Profondo Rosso Editore.
Attualmente sto sperimentando il formato della webnovel, che per adesso è poco diffuso in Italia, ma che va per la maggiore in estremo Oriente – Giappone, Cina; Corea – cioè il mercato editoriale più ricco e innovativo.
Giuro che prima o poi scriverò un’altra spy story.

SG: E noi ti aspettiamo, ansiosi di leggerla!

giovedì 20 novembre 2025

Iperwriters - Il cerchio si chiude, o no?


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 81 - Il cerchio si chiude, o no?

Venerdì, ore 13. Torniamo al mio primo librino da libreria, quasi invisibile sugli scaffali. Bisognava proprio andare a cercarlo, o chiederlo ai commessi. Mille copie vendute, tutto considerato, solo su segnalazioni e recensioni, dell'opera di un'ignota edita da un editore quasi ignoto al pubblico, non sono tanto male.
E non ci resto tanto male.
Posso crescere. Tropea ha deciso di uscire l'anno seguente con la ristampa di Superman non muore mai, ed è interessato a un testo a cui sto lavorando da tempo.
Quello che più conta, per me, è di essere stata scelta per lavorare con persone che fanno parte della storia della narrativa e della saggistica, come Laura Grimaldi e Maria Rosa Cutrufelli. Sto scrivendo un racconto per un'antologia erotica curata da Maria Rosa, che raccoglie racconti di scrittrici italiane, fra le quali Dacia Maraini. Nella città proibita sarà tradotto in America dalla University Chicago Press. Sono stata scelta per comparire in collane che ospitano i più interessanti scrittori a livello internazionale: Joyce Carol Oates, Dennis Cooper e Douglas Coupland. Saranno pubblicati altri libri di John Rechy e le ristampe dell'opera completa di Jean Genet.
E questo, per me, rappresenta la chiusura del cerchio.
Da una formazione di tipo classico-umanistico, respinta da una ricca casta della stessa formazione che non ama i poveri, ero caduta nelle (così bollate) paludi del fumetto e della narrativa di intrattenimento. E avevo fatto bene a gettarvi basi e a costruire da lì, per tentare di arrivare a una più alta forma di realizzazione. Ora che le paludi erano suppurate arrivando a invadere i salotti, il mio lavoro poteva avere un valore. Dal bozzolo dell'artigianato poteva rinascere la farfalla dell'arte, e vedevo arte nel lavoro di chi aveva fatto la mia stessa scelta. Il cerchio spezzato si ricongiungeva, riportandomi dove avrei dovuto essere dal principio.
Questi erano i miei sentimenti negli anni in cui pubblicavo con Marco Tropea.
Mi avevano augurato, ironicamente, di potermi comprare un attico con le royalties.
Mi avevano chiesto, sardonicamente, se ero ancora povera dopo le pubblicazioni.
Lo ero ancora, ma almeno un po' in pace con me stessa.

(Immagine: copertina di Nella città proibita, Marco Tropea Editore, 1997)

venerdì 7 novembre 2025

Iperwriters -Accogliamo gli schiavi?


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 80 - Accogliamo gli schiavi?

Venerdì, ore 13. Torniamo al mio librino candido come la neve, quasi invisibile nelle librerie italiacane. Mille copie vendute, poco più o poco meno. Abbastanza normale, per un esordio in libreria. Una delusione se si sognava il botto, e quale scrittore non lo ha mai sognato? Ma dopotutto c'era la concorrenza dei molti libri erotici “al femminile” italiani e stranieri. Tutti più potabili e meno sgradevoli del mio.
L'ufficio stampa aveva lavorato bene, ma non ho ricevuto inviti per incontrare il (un mio?) pubblico. A parte un evento a Roma in cui sono stata invitata con altre due “scrittrici erotiche”. In quell'occasione ho fatto leggere una scena di fist-fucking praticata da un uomo su un altro uomo: paralisi, shock e finta indifferenza da gente di mondo.
(Un anno prima un altro giallista, per il suo killer mafioso sodomizzatore, era stato salutato come un genio del patrio noir).
I miei due personaggi maschili masochisti, un assassinato e un detective in cerca dell'assassino, erano del tutto inediti nel panorama culturale italiacano, e pertanto meritavano la reazione tipica del suddetto panorama: un grande silenzio. La donna dominatrice, altrettanto inedita e poco o nulla raccontata in una cultura che va a nozze soltanto con belle sottomesse (da Cinquanta sfumature risalendo all'indietro al più antico Histoire d'O).
Si cominciava a parlare di S&M e bondage nei talk show. In sala con c'era mai una scrittrice, ma un personaggio che narrava false vicende vissute in una modalità fiabesca e non credibile. Per esempio: "Ho un castello in Provenza dove rinchiudo uomini nelle segrete".
Un contatto con la redazione di Maurizio Costanzo non è andato a buon fine: la redattrice (una donna) che ha parlato con me al telefono deve aver capito, a fiuto, che non potevo soddisfare i requisiti richiesti. Ero me stessa, non un “personaggio”.
La “scrittrice erotica”, in pubblico, doveva recitare una strana parte, qualcosa fra l'intellettuale spaccatabù, la femminista, la ragazza cattiva e l'esperta in seduzione, termine che allora grondava da tutte le bocche e le penne, insieme a trasgressione.
Alcune stavano al gioco. Altre ne approfittavano per trasmettere alcune verità, del tipo: ci vorranno forse cinque secoli perché fra donne e uomini si sia effettivamente uguali.
Per me, ci vorrà molto di più.

(Immagine generata mediante AI)

venerdì 24 ottobre 2025

Iperwriters - Presentazioni di gruppo


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 79 - Presentazioni di gruppo

Venerdì, ore 13. Abbiamo parlato di un cervello plurimo che pensa come uno solo. Questo cervello è stato nella storia culturale d'Occidente, e lo è ancora, differenziato per genere.
Raggruppamenti e lavori di gruppo sono differenziati per genere. Permettetemi alcuni esempi e alcuni flash forward.
Riviste e fumetti destinati a un pubblico maschile/femminile avevano (e hanno tuttora) immaginario e linguaggi diversi, anticipando la mente unica attuale. Parevano scritti dalla stessa persona: uomo o donna a seconda del target di destinazione. Questo non ha niente a che fare col sesso dell'autore/autrice. Scerbanenco ha scritto romance e Leigh Brackett scriveva i western di John Ford. Non è impossibile clonare una mente unica, a meno che non intervengano particolari disgusti e idiosincrasie.
Verso gli anni 2000, o poco prima, sono iniziati i raggruppamenti nelle presentazioni. Al principio, e molto spesso, uomini con uomini e donne con donne, come alle elementari che frequentavo negli anni '60: fiocchi rosa e fiocchi azzurri.
Ecco dei piccoli flash forward: sono a una fiera in alta Lombardia, organizzata in gran pompa. Gli uomini, in gruppo, parlano la sera, all'ora dell'aperitivo, in un teatro pieno con gente in piedi. Io, con altre donne, parlo la Domenica delle Palme con la gente fuori in processione. Unidici di mattina, undici spettatori.
Nei gruppi di donne venivano usati per la promozione termini come “in rosa” o “al femminile” o anche “cattive ragazze”. La pornografia scritta da donne era sempre uno “shock”. Il termine è usato tuttora per indicare qualcosa di disdicevole, disturbante, scorretto.
Il raggruppamento a volte ha anche fini professionali: ora sono a uno stage per lavorare con altre (e sole) donne a una sitcom (mai realizzata) con soli personaggi femminili. E sono in un progetto (abortito) di serie gialla televisiva scritta da sole donne. Naturalmente, ho partecipato ad antologie di racconti scritti da sole donne.
Intanto i raggruppamenti per genere letterario erano esplosi, ridotti o dirottati in zone regionali o provinciali. Alla sede di una associazione culturale, mi dedicano un quarto d'ora in una maratona di scrittori dalle dieci di mattina alle sei di sera, E, in una biblioteca, mi ritrovo con altri venticinque giallisti locali.

(Immagine generata mediante AI)

venerdì 10 ottobre 2025

Iperwriters - Recensioni di gruppo


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 78 - Recensioni di gruppo

Venerdì, ore 13. Le riviste, verso la fine degli anni '90, ti mettevano in gruppo per illustrare non la genesi e le intenzioni del tuo lavoro (a meno che non avessi registrato vendite da un milione di copie), ma un movimento, una tendenza, un fenomeno di costume con derive letterarie.
L'impressione era che tutto non fosse stato che un lavoro di gruppo dall'origine. Personalità ben formate venivano passate al frullatore, sminuzzate, convogliate in un imbuto e impastate.
Presto sono apparse recensioni di gruppo: articoli in cui gialli, noir e thriller (ormai prevalenti in narrativa) venivano valutati insieme, ciascuno con un suo colonnino di righe, e l'impressione era che i libri, considerate le dovute variabili, non fossero poi molto diversi l'uno dall'altro.
Al tempo, provavo un indefinibile senso di fastidio. Ora che guardo all'indietro, vedo il preludio di quello che avremmo avuto poi: lavoro di gruppo effettivo e reale.
Condizionando l'immaginario a credere in una letteratura di gruppo si è condizionata editoria, autori e pubblico a crearla. Si usava dire che una “tempesta di cervelli” potesse produrre risultati ben più brillanti e immaginifici del rimugirare di una mente sola.
Presto sono appparse coppie di scrittori. Niente di strano per dei giallisti, dato il precedente dei cugini Ellery Queen. Scrivere a quattro mani è molto comodo, quando le royalties servono solo ad arrotondare guadagni già in essere.
Ma quando i due sono diventati tre? Nel cinema e in televisione il lavoro, da sempre risultato di più menti, è deflagrato con facilità: fino a dodici sceneggiatori di puntata nelle serie televisive il cui soggetto originale è già stato scritto da otto.
Ma quando, dove è nato il progetto del primo collettivo di scrittori anonimi? Singole identità disperse, poi riunite in un cervello plurimo che pensa come uno solo. A meno che l'espediente del lavoro di gruppo non serva a smussare le armi degli haters (gli invidiosi sono degli individualisti: come insultare qualcuno che è una sigla insieme ad altri quattro?), si tratta evidentemente di una manovra che rispecchia il pensiero unico attuale o piuttosto, a doppio senso, lo sostiene e lo rafforza.
Tutto questo per prepararci a un'intelligenza unica che ha già pensato tutto quello che serve, e non occorre che sia naturale.

(Immagine generata, giustappunto, mediante AI)

giovedì 18 settembre 2025

Iperwriters - Lavoro di gruppo


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 77 - Lavoro di gruppo

Venerdì, ore 13. Gli articoli sul nuovo boom editoriale del porno al femminile sono abbastanza seri e rispettosi. I titoli (si sa che vengono applicati da altri), al contrario, impazzano in una trivialità criptomisogina senza freni, e sembrano voler ridicolizzare le scrittrici facendo uso di tutto il repertorio di tutti i bar del pianeta.
Ma c'è qualcosa di più sottilmente disturbante.
Sempre L'Espresso, il 23 maggio 1996, un anno prima delle magnifiche undici, aveva pubblicato un altro lungo pezzo di Marisa Rusconi. Partiva con un'intervista a Marco Tropea che mi definiva “la più tosta di tutte” e sosteneva che non ha più senso parlare di maschile e femminile nella scrittura (gli avessero mai dato ascolto, dal '96 a oggi!). Proseguiva con interviste ad altri editori e direttori editoriali per analizzare il mutamento nella scrittura delle donne. La recente libertà femminile di scegliere nuovi strumenti espressivi... può dunque generare altri equivoci nell'eterno bipolarismo fra idillio e sopraffazione del rapporto uomo-donna?
Ma in un colonnino, anche questa volta, sono insieme ad altre scrittrici: Donna Tartt, Elena Ferrante, Poppy Z. Brite, Melania Mazzucco, oltre a Drakulic, Reyes e Grandes. Tutte con relative foto.
Un mescolone di scrittrici molto diverse fra loro (per la cronaca, Poppy Z. Brite, nata donna, ha cambiato genere e attualmente è un uomo).
Un giorno incontro Andrea G. Pinketts e gli mostro l'articolo. Lui me ne mostra un altro, non so se su L'Espresso o su un altro settimanale, in cui lui pure si trova in un mescolone. Il suo gruppo di uomini, credo di noiristi, è meglio impaginato del mio: una raggiera di foto intorno a un centro mistico. Ricorda certi quadri rinascimentali in cui angeli in cerchio cantano la gloria della divinità.
Da allora non avrei visto sui giornali che scrittori e scrittrici in gruppo. Scrittori e scrittrici che avevano ciascuno/ciascuna voce, modo, formazione, stile, età, temi, storia personale non confondibili.
Un amalgama impastato, come se tutti e tutte avessero scritto lo stesso libro, o libri molto simili. O come se avessero studiato insieme in qualche nefasto corso di scrittura creativa, per poi sfornare un proprio saggio finale.
L'unico che si fa uguale a innumerevoli altri unici.
Inquietantissimo.

(Immagine generata mediante AI)

giovedì 4 settembre 2025

Iperwriters - Le magnifiche undici


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 76 - Le magnifiche undici

Venerdì, ore 13. Ero soddisfatta della rassegna stampa, ad ogni modo.
Una sera mi chiama la mia editor da Tropea: -Apri L'Espresso di questa settimana. Scoprirai di essere fra le magnifiche undici della letteratura erotica al femminile.
Il dossier del 30 aprile 1997 tratta del dilagare di libri sul sesso scritti da donne. Un fenomeno internazionale, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna fino alla Francia e all'Italia. Sono stati scelti sei romanzi contemporanei e cinque classici del secolo:
Irene Gonzales Frei, Il tuo nome scritto sull'acqua (Guanda)
Marie Darrieussecq, Troismi (Guanda)
Amy M. Homes, La fine di Alice (Rizzoli)
Slavenka Drakulic, Il gusto di un uomo (Il Saggiatore)
Claudia Salvatori, Schiavo e padrona (Il Saggiatore)
Una Chi, Il sesso degli angeli (ES)
Colette, Il puro e l'impuro (Adelphi)
Anaïs Nin, Il delta di Venere (Bompiani)
Erika Jong, Paura di volare (Bompiani)
Almudena Grandes, Le età di Lulù (Guanda)
Alina Reyes, Il macellaio (Guanda)
Si cercano radici anche nel passato: si parla di Saffo, di Madame de la Fayette, di Teresa d'Avila e della letteratura giapponese di corte. L'articolo, di Marisa Rusconi, è buono. Credo che sia stata lei a inserirmi fra le undici, e credo che mi abbia veramente stimata.
C'è di che esaltarsi.
Eppure. Oscure inquietudini e sinistri presagi.
Non avevo particolarmente amato Le età di Lulù, e meno ancora Il macellaio. Mi erano parsi libri scritti da borghesi che affrontano temi (per loro) pruriginosi facendo uso di espedienti artificiosi per renderli “artistici”. Tutto sommato innocui, e più rosa del mio Schiavo. Per il tipo di pubblico snob che correva a vedere sesso anale al cinema, purché fosse d'autore.
Libri che avevano dato fama e (presumibilmente) guadagni alle autrici, nei paesi d'origine e all'estero. In confronto io ero dura, cruda e violenta. Mi mancava quel genere di “raffinatezza”.
Mi chiedevo se avrei avuto la stessa fortuna.

(Immagine: dettaglio della copertina del romanzo Schiavo e padrona)


venerdì 8 agosto 2025

Iperwriters - Sono una scrittrice rosa


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 75- Sono una scrittrice rosa

Venerdì, ore 13. Ecco apparire, su Il Mondo del 18 maggio 1996, il seguente colonnino anonimo su Schiavo e Padrona dal titolo: NO GRAZIE: Un romanzetto stile “armony” (sic) ma in versione sado-maso... non è uno di quei libri da non perdere. Divertente solo la dedica: “a mio marito”. Chissà...
Questo è un esempio della mentalità italiacana sulla scrittura a firma femminile: collocazione in romance (a meno che non si scriva per l'infanzia), curiosità per il corpo della scrittrice nella sua vita reale, battuta goliardica e derisoria su un marito succubo.
Leggete questo passo del romanzo:
La discoteca Macumba sorgeva nell’hinterland, al centro di un vasto piazzale circondato da un’arida campagna devastata dagli incendi....
A pianta circolare, sormontata da un tetto di forma conica, pareva un gigantesco tendone da circo inamidato nel cemento.... un circo tristemente festoso, rutilante di fari, sormontato da un’enorme insegna al neon ricurva come la cometa di Betlemme e chiassoso di altoparlanti esterni che aggredivano l’aria con sparate di tecno e rap. Brillava nella notte della profonda provincia ad annunciare il rito collettivo dello sballo, come le chiese chiamavano i fedeli al contatto col divino.
... All’ingresso del locale si ergevano due statue in plastica fosforescente, alte tre volte una persona. Rappresentavano due corpi nudi, maschio e femmina, colti in una stereotipata posizione scultorea. Passando lì sotto, si subiva la fisicità esaltata dei due giganti incombenti: erano gli oggetti del desiderio, le divinità di cui ciascuno, entrando, andava in cerca.
E ditemi se Schiavo può essere mai pubblicato in una collana seriale di romance.
Ora, l'anonimo recensore aveva letto il libro? Secondo me sì. Tutto, scandalizzandosi per bene, e ovviamente fingendo di non scandalizzarsi. Offeso nel profondo che una donna possa elencare tutte le scene del calvario sessuale umano.
Mi bolla da scrittrice rosa prendendo a pretesto l'happy end: la sadica e il masochista che tentano di vivere felici e contenti. Era richiesto un finale tragico per i due amanti viziosi, in stile Ultimo Tango.
Ebbene, no.
Non è che mi piacciano le storie a lieto fine, ma adoro i ribaltamenti.

(Immagine realizzata mediante AI)


martedì 5 agosto 2025

"Per non dimenticare il re dello spionaggio"

 


In prossimità dell'anniversario della scomparsa di Stefano Di Marino, avvenuta il 6 agosto 2021, riportiamo parte di un articolo dal settimanale Crimen-Cronaca vera del 24 luglio 2025: l'intervista di Johnny Santini ad Andrea Carlo Cappi, che insieme ad Alessandro Cirillo ha curato l'antologia I Professionisti, pubblicata nella collana M-Rivista del Mistero presenta di Ardita Edizioni.


Per non dimenticare il re dello spionaggio

Rinasce in veste di collezione di libri una testata storica della narrativa popolare italiana: M-Rivista del Mistero, creata nel 2000 dagli scrittori Andrea Carlo Cappi e Andrea G. Pinketts, che per quasi un decennio portò alla ribalta nuove leve della suspense made in Italy, recuperando nel contempo inediti di grandi firme mondiali. La neonata Ardita Edizioni di Roma lancia oggi M-Rivista del Mistero presenta, ordinabile online in cartaceo e ebook: il primo volume è dedicato al romanziere Stefano Di Marino, scomparso nel 2021. Ne parliamo con Cappi, da sempre curatore della pubblicazione.

Cosa fu e cos’è adesso M-Rivista del Mistero?

Venticinque anni fa si sentì il bisogno di una collezione che, dal giallo al fantastico, facesse scoprire al pubblico grandi storie vecchie e nuove, e il loro “dietro le quinte”. Ogni numero trattava un particolare argomento, con maestri di ogni epoca e nuove promesse letterarie: pubblicammo scritti di cronaca nera di Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes; un romanzo “perduto” di Dashiell Hammett, il detective americano divenuto grande scrittore noir; e persino un racconto dimenticato di Ian Fleming con 007; ma anche autrici e autori italiani di valore. Con M-Rivista del Mistero presenta riprendo la struttura di antologia a tema. Il pubblico se ne ricorda ancora: all’uscita del nuovo volume, I Professionisti, Amazon non riusciva a stare dietro alla quantità di ordini!

Il primo volume raccoglie storie di spionaggio made in Italy... e si pensa subito al maestro del genere, Stefano Di Marino, che si tolse la vita nell’estate del 2021.

Fu per trent’anni il massimo autore italiano di noir e avventura, amatissimo dal pubblico ma ucciso da uno spietato silenzio mediatico. Il suo lavoro per “Segretissimo” (Mondadori) con la serie Il Professionista alimentò tuttavia una generazione di autrici e autori di spy-thriller, che ora – coordinata dallo scrittore Alessandro Cirillo – gli rende omaggio in questo volume, aperto dal racconto La morte tatuata di Stefano Di Marino e punteggiato da articoli in cui lui stesso svelava i trucchi del mestiere.

Racconti, articoli, ma anche illustrazioni, come nelle classiche riviste di narrativa...

Per rinnovare la tradizione ho scelto un’artista con cui collaboro da tempo, Roberta Guardascione, spingendola con ottimi risultati su territori per lei nuovi come, in questo caso, noir e avventura.

Questa collana però non parla solo di spionaggio...

Viaggeremo nel mistero in ogni forma: a novembre il secondo volume, Dimensioni ignote, tratterà di fantascienza e festeggerà i settant’anni di un racconto profetico, Il tunnel sotto il mondo di Frederick Pohl, che il regista Luigi Cozzi trasformò in un film di culto di cui pubblicheremo anche la sceneggiatura. E per il 2026 ho già in serbo nuove sorprese, adatte al palato esigente del pubblico di M-Rivista del Mistero.

giovedì 24 luglio 2025

Iperwriters - Leopold

 


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 74 - Leopold

Venerdì, ore 13. Forse, quando ricevevo tanti rifiuti per Schiavo, il “fenomeno editoriale delle penne rosa shocking” non era ancora giunto a conoscenza dei direttori editoriali italiani. Come ho detto prima, non avevo finto di non scrivere un thriller ambientato nel mondo S&M. Anche non pornizzato, il libro puzzava troppo.
Cito da Jean Genet, che è sempre stato uno dei miei guru sulle vie della creatività: "Se il mio teatro puzza, è perché il vostro profuma". La letteratura italiacana profuma, profuma sempre, e tanto da nauseare. Profumi di marca e di gran classe. Profumi costosissimi. Avevo scelto di puzzare, sperando che mi capissero i pochi consapevoli che un corpo umano non deodorato e disinfestato puzza.
Ma c'era anche un'altra ragione che mi spingeva a tentare di proporre i masochisti come protagonisti e vittime, anziché farne dei traumatizzati da piccoli e pertanto serial killer da grandi. Probabilmente intendevo rendere una specie di omaggio subliminale a Leopold von Sacher Masoch. Poco letto e poco studiato qui da noi, probabilmente dagli stessi che si occupano con serietà e rispetto del povero D.A.F. de Sade.
Negli anni '70 traducevano e stampavano i suoi libri in Italia. Ne avevo alcuni. Di Masoch mi aveva colpita La madre santa (ristampato da ES nel 2013 con il titolo La madre di Dio), storia di una setta che adora una giovane come rappresentante di Dio in terra. Col tempo ne avrei colto tutte le suggestioni e i richiami storici, religiosi, culturali e antropologici. Dagli antichi culti della Madre con i relativi corpi sacerdotali maschili, passando per la cavalleria e la ricerca della Donna Segreta, le sette ereticali e le leggenda della Papessa, fino alle fiction moderne ambientate in comunità rurali di streghe (femminili o miste) in cui uomini vengono offerti in sacrificio per la fecondità della terra.
Scoprendo un grande scrittore, uno scrittore per tutti, con una sua collocazione nell'eternità dell'immaginario.
Davvero, Leopold è meritevole di ben altro che dare il nome a una “perversione”. Chi siamo noi, che provochiamo tanto dolore negli altri, per disprezzare uno che se lo procura da sé?
Non meritava certo di morire in manicomio (non si sa neppure quale manicomio, e quando sia morto). Come non lo meritavano tutti gli artisti vittime dell'universale bullismo umano e di una civiltà sempre più psicotica.

(Immagine: fotocappi)


venerdì 11 luglio 2025

Iperwriters - La carne si fa libro


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 73 - La carne si fa libro

Venerdì, ore 13. Nell'ultima parte del ventesimo secolo la parte dominante del corpo è il ventre. Tutto è riferito ai suoi organi fino a raggiungere una vera e propria ossessione del piacere e della carne. Cibo, sesso, vagine, e culo (femminile, poco di quello maschile) su nastro trasportatore. Carne su carne. Non si è mai vista tanta macelleria nei film. Bistecche che compaiono in tavola non appena il killer ha finito di maciullare la sua vittima.
Le scrittrici britanniche e americane, con una formazione ben diversa dalla mia, tentavano probabilmente di occupare territori di dominio esclusivo degli uomini: sesso e violenza. La loro poteva essere un'azione politica.
Il mio caso era diverso. Avevo scritto porno fin dagli anni '80, e con Schiavo e padrona avevo voluto ambientare un giallo italiano in una zona sociale relativamente sconosciuta. Puntavo, come sempre, sull'originalità.
Mi avevano sempre chiesto “come fai a”, intendendo: ... descrivere scene di sesso estremo che non pratichi... a meno che non lo pratichi? Provavo un sommo fastidio quando occhieggiavano e spiavano me e Max in cerca degli effluvi di Schiavo e padrona.
Come facevo a? Provo a spiegarmi. Intanto, per me la sessualità è un prisma in cui tutto quanto viene voluto dalle (e non imposto alle) persone è della stessa natura. Per me la maggioranza non pesa più delle minoranze. E per me, ma soltanto per me, l'immaginazione è ancora al potere.
Ciascuno combatte la sua guerra con le armi che ha e si sa che scandalizzare, in un'epoca in cui c'è moralismo ma non vera moralità, è un buon metodo per farsi ascoltare. Si usano frasi di forte impatto come un pugile che cerca di riscattarsi dalla miseria spaccando più facce che può.
Schiavo era abbastanza “scandaloso” anche non pornizzato, e non mi aspettavo che editori alla ricerca di nuovi thriller mi rispondessero col prestampato: Non rientra nella nostra linea editoriale.
Non facevo i conti con l'inflazione, con una certa assuefazione, e con la nuova ipocrisia che astutamente, pur continuando a scandalizzarsi, disinnescava lo scandalo fingendo di nulla.
In seguito avrei capito che quello che i grandi editori nella cui linea editoriale non rientravo volevano il sesso estremo, sì, ma estremamente raffinato e allusivo, appena speziato, che potesse solleticare le nari senza urtare in tutta la sua bagnata e disgustosa fisicità.

(Immagine: fotocappi)


giovedì 26 giugno 2025

Iperwriters - Il libro si fa carne

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 72 - Il libro si fa carne

Venerdì, ore 13. Eccolo qua, il mio primo libro in libreria, materializzato e fatto carne di parole. Piccolo e bianco come un giglio, come l'innocenza di un thriller hard scritto come se non lo fosse. Sistemato in due copie nell'ultima fila dell'ultimo scaffale in fondo a sinistra. In verticale, schiacciato da altri, e non sul bancone delle novità con la copertina in bella vista.
Bene, mi avevano avvertita che in libreria i lettori occorre conquistarli. Non si può contare sulla platea di affezionati e abbonati delle collane da edicola. Ma dopotutto c'è una buona promozione. Mi intervistano. Vorrebbero farmi dire che:
-Occorre distinguere fra bassa, volgare, disgustosa pornografia e raffinato, artistico erotismo.
-I libri porno sono scritti male e quelli erotici bene.
E io a spiegare che non ho mai fatto (e non faccio) distinzione fra erotismo e pornografia. Tutto è porno, certo meglio se scritto bene, quando si tratta di descrivere atti sessuali nei dettagli. A meno che per erotismo non si intenda evitare di inquadrare i dettagli.
La questione è: si può raccontare il mondo al mondo passando per la descrizione anche dettagliata di atti sessuali? Chi ha letto il marchese de Sade (in Italia pochissimi) e chi lo ha capito (forse cinque o sei persone) non può che rispondere affermativamente: sì, si può.
Pochi capiscono Schiavo e padrona. Ricordo una bella recensione di Maria Rosa Cutrufelli, di cui avevo letto negli anni '70 L'invenzione della donna, che metteva in luce gli aspetti innovativi del romanzo:
… si discosta dai cliché tipici dei romanzi erotici. Situandosi, per cominciare, all'incrocio fra diversi generi letterari. … Questa strategia narrativa permette all'autrice di ribaltare lo schema tradizionale che bandisce dalla scrittura erotica ogni ambientazione reale, ogni parvenza di quotidiano. (Tuttolibri de La Stampa, 1 agosto 1996).
E su Il Piccolo di Trieste, 25 luglio 1996, Alessandro Mezzena Lona, che vorrei poter ringraziare di persona:
Dedicato ai lettori che non si scandalizzano, che non si turbano davanti a una scrittrice che chiama le cose con il loro vero nome … e cerca di gettare un ponte fra chi si considera “normale” e chi vive invece all'ombra del “vizio”. Per dimostrare quanto sperduta sia l'intera umanità in un mondo che naviga a vista ormai da tempo.

(Immagine realizzata mediante AI)


Iperwriters - Iolanda inosservata

Iperwriters - Editoriale di  Claudia Salvatori Letteratura italiacana - 84 - Iolanda inosservata Venerdì, ore 13. Questa volta l'uscita ...