domenica 26 giugno 2022

Dracula: la leggenda di Bela Lugosi



Come abbiamo detto in alcune puntate precedenti, quest’anno ricorrono centoventicinque anni dal romanzo "Dracula" di Bram Stoker e cento dai primi film sul celebre vampiro, intorno ai quali si crea subito un alone misterioso. Diventerà una sorta di maledizione che tornerà ad aleggiare sugli interpreti del conte transilvano.
La storia di oggi comincia nel 1924, quando il drammaturgo irlandese Hamilton Deane viene autorizzato a portare in scena una sua versione teatrale di "Dracula". che dopo un tour nelle isole britanniche arriva a Londra nel 1927. Qui tra il pubblico c'è un impresario americano di nome Horace Liveright, il quale ne acquista i diritti e ne fa realizzare un nuovo adattamento. Se ne occupa uno scrittore americano, John L. Balderston, che in quello stesso periodo sta lavorando anche a una versione teatrale di "Frankenstein".
Perciò nell'ottobre 1927, a trent'anni dall'uscita del romanzo, questo nuovo "Dracula" debutta al Fulton Theatre di Broadway a New York... e com'è noto andare in scena a Broadway vuol dire conquistare la massima visibilità per un testo teatrale e per il suo protagonista. Così l'attore che è stato scelto per il ruolo del vampiro, un immigrato con una grande esperienza in palcoscenico e un fortissimo accento ungherese, acquisisce una fama improvvisa che lo proietterà anche nel mondo del cinema e lo trasformerà in una leggenda di Hollywood, segnando la sua carriera nel bene come nel male.


L’attore che rende popolare Dracula al pubblico di tutto il mondo è Bela Blasko, nato da padre ungherese e madre serba nel 1882 a Lugos (all'epoca in territorio austro-ungarico, oggi in Romania) da cui il suo nome d'arte "Bela Lugosi". A vent'anni diviene un attore teatrale, interpretando più volte testi di Shakespeare. Ma poi arrivano la Prima guerra mondiale e tensioni politiche seguito della quale lui, socialista, è costretto a lasciare l'Ungheria. Dopo avere ripreso a fare l'attore in Germania, nel 1921 decide di andare negli Stati Uniti, imbarcandosi come marinaio su una nave e arrivando a New Orleans come immigrato clandestino.
A New York ha regolarizza la sua posizione, ha svolto lavori occasionali ed è tornato finalmente a fare l’attore, anche se il suo forte accento ungherese limita i ruoli che gli vengono offerti. Nel 1927 però viene scelto per il "Dracula" teatrale a Broadway e il suo successo è tale che nel 1931 la Universal Pictures lo scrittura per interpretarlo a Hollywood, con il regista Tod Browning.
Una curiosità: di giorno sul set Browning gira la versione in lingua inglese; di notte con la stessa scenografia, il regista George Melford gira una versione in lingua spagnola con tutto un altro cast di interpreti spagnoli e messicani. Il risultato regge benissimo il confronto con la versione più famosa, anche se ormai per tutto il mondo Bela Lugosi è Dracula.


Il successo però è a doppio taglio: Lugosi viene chiamato a girare quasi solo film horror e a tornare nei panni di Dracula anche in un film comico con Abbott & Costello (noti in Italia come Gianni e Pinotto).
Tra alcool e morfina, Lugosi conclude la sua carriera lavorando come caricatura di se stesso in film modestissimi con lo sconclusionato regista Ed Wood, celebrato da Tim Burton nell’omonimo film con Johnny Depp, dove l’attore ungherese viene interpretato da Martin Landau. Tim Burton si ispira ad alcune leggende di Hollywood, secondo cui, a forza di interpretare Dracula, Lugosi si sarebbe convinto di essere lui stesso un vampiro e dormisse in una bara. Nulla di questo è vero. Tuttavia, alla sua morte fu sepolto con indosso l’abito e il mantello di Dracula, ma non per sua volontà, bensì perché la famiglia volle dirgli addio con il costume di scena che lo aveva reso celebre in tutto il mondo.
Ma la maledizione di Dracula al cinema non si esaurisce qui: ne riparleremo tra qualche puntata. Vi aspetto con la rubrica "La Boutique del Mistero" domenica 3 luglio alle 16.20 su Radio Number One, nel programma pomeridiano di Luca "Lukino" Galiati.

martedì 21 giugno 2022

Come d'Arco scocca - Arco, 22 giugno 2022


Presentazione dell'antologia "Come d'Arco scocca" (Borderfiction Edizioni) ad Arco di Trento, Libreria Cazzaniga (v. Segantini 107) mercoledì 22 giugno ore 18.30. Un castello, dodici autori, tredici racconti: un'antologia di giallo storico a cura di Giancarlo Narciso.

lunedì 20 giugno 2022

Giorgio Scerbanenco: da Kiev a Milano


La Boutique del Mistero, di Andrea Carlo Cappi

Questa settimana al MystFest, la storica manifestazione dedicata alla letteratura del mistero che si svolge a Cattolica dal 1973, si è parlato del padre del giallo italiano, ovvero di Giorgio Scerbanenco. E si è mantenuto vivo un legame particolare tra lui, scomparso a cinquantotto anni nel 1969, e uno degli autori che ne hanno raccolto la lezione in modo più personale: Andrea G. Pinketts, che ci ha lasciati alla stessa età quasi mezzo secolo dopo, nel 2018.
Pinketts vinse come autore il Premio Serbanenco. Dal 2019 esiste anche un Premio Pinketts e quest'anno al MystFest è stato assegnato a Cecilia Scerbanenco, già di per sé figura importante dell'editoria italiana e traduttrice, ma anche curatrice dell'archivio del padre Giorgio e autrice di una sua ottima biografia, "Il fabbricante di storie", pubblicata dalla casa editrice La Nave di Teseo.
Ed è interessante ricordare che il padre del giallo italiano e, in particolare, del noir milanese, nasce a Kiev nel 1911 come Volodymyr Giorgio Sherbanenko da padre ucraino e madre italiana, sposatisi a Roma tre anni prima. Il bambino cresce tra Ucraina e Italia. L'ultima volta che fa ritorno nella terra natale è con la madre, nel 1919, in cerca del padre, professore universitario di cui non si hanno più notizie e che si scoprirà essere stato fucilato dai russi quando hanno occupato Kiev (la Storia ha la tendenza a ripetersi). Nel 1920 madre e figlio cercano faticosamente di rientrare in Italia via nave da Odessa, come profughi, per arrivare infine a Milano. E questa è l'infanzia romanzesca di uno scrittore italiano dalle caratteristiche uniche.


A Milano Volodymir diventa Wladimiro e infine Giorgio Scerbanenco. Di giorno fa l'operaio alla Borletti, la sera va a leggere in biblioteca. Comincia a lavorare come giornalista; si specializza nella posta con le lettrici, e come scrittore di racconti e romanzi a puntate "rosa". Si interessa anche alla narrativa poliziesca, scrivendo qualche racconto "all'americana" sotto lo pseudonimo "Denny Sher".
In quegli anni il pubblico italiano sta scoprendo il "giallo", così chiamato perché l'editore Mondadori pubblica romanzi di delitti e mistero nella collana battezzata "I Libri Gialli". Seppure poco propenso alla detective story "classica", nel 1940 Giorgio Scerbanenco accetta l'invito a scrivere per I Libri Gialli.
Il regime non gradisce che le storie di delitti siano ambientate in Italia, che deve apparire come un paese perfetto, per cui le storie di Scerbanenco sono ambientate in un'America immaginaria e imperniate su Arthur Jelling, archivista della polizia di Boston. Escono tre romanzi, poi il fascismo ordina la chiusura dei Gialli, considerati diseducativi. Di nascosto, Mondadori pubblica altri due romanzi della serie di Scerbanenco in una collana di narrativa varia, "I romanzi della palma". Altri due restano inediti e saranno riscoperti e pubblicati solo in tempi recenti.


Nel dopoguerra Scerbanenco scrive narrativa di ogni tipo, dal rosa a una fantascienza che oggi chiameremmo "distopica", ma a metà degli anni Sessanta crea il suo rivoluzionario "nero italiano", in particolare con i racconti che poi saranno riuniti nelle antologie "Milano calibro nove" e "Centodelitti", e con i quattro romanzi con protagonista Duca Lamberti ("Duca" è il nome di battesimo, non un titolo nobiliare). Lamberti non è né un investigatore privato né un vero poliziotto: è un medico radiato dall'albo e arrestato per un caso di eutanasia, che in seguito diventa consulente della Questura di Milano.
Non si tratta più di gialli classici, ma di noir a sfondo sociale, che raccontano le ombre dell'Italia negli anni del boom economico, e che hanno grande successo anche in Francia, dove Scerbanenco vince il Grand Prix de Littérature Policière. Non a caso il film tratto da romanzo "Venere privata", è una co-produzione italo-francese (tra i cui interpreti appare anche Raffaella Carrà). Mentre "I ragazzi del massacro" e "Milano calibro nove", del regista Fernando Di Leo, possono essere considerati il principio del cinema noir italiano che poi sarà definito "poliziottesco".
Purtroppo Scerbanenco muore nel 1969, all'apice del meritato successo, anche se lascia diversi romanzi che escono postumi e lo confermano come punto di riferimento del moderno giallo made in Italy.
A lui e a Pinketts ci siamo ispirati anche per l'antologia di noir milanese "Menegang" (fai click qui per scoprire di più), di cui si è parlato anche al MystFest, in cui - autorizzato ufficialmente - fa la sua apparizione in uno dei racconti proprio Duca Lamberti, il protagonista dei romanzi di Giorgio Scerbanenco.


Vi aspetto con la rubrica "La Boutique del Mistero" domenica 26 giugno alle 16.20 su Radio Number One, nel programma pomeridiano di Luca "Lukino" Galiati.

venerdì 17 giugno 2022

Iperwriters - Biodiversità invisibili: gigli bianchi

Photo: Athanasios Papazacharias on Unsplash

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Venerdì. La nave Iperwriters passa, con due gatti e qualche bulbo da piantare dove è possibile.
Abbiamo parlato di piante e animali. Conosciamo i danni della deforestazione, e sappiamo che numerose specie animali sono estinte, o in via di estinzione.
L'altro giorno, al mercato del sabato, ho chiesto a un vivaista dei bulbi di giglio bianco, detto anche giglio di Sant'Antonio. Mi ha risposto che non ne ha, e neppure può procurarmene. Non li ordina perché non si vendono, e se non c'è richiesta un articolo sparisce dal mercato. Alla fine mi ha consigliato di cercarli online.
Online ci sono ancora, ma se nessuno li cliccasse più? Corriamo il richio di non vedere più gigli bianchi? Il cavolo ornamentale impazza in tutte le aiuole. Ma un giglio è un giglio, come una rosa è una rosa. Perché non vogliono il giglio bianco?
Non è per avarizia. Costa più dei tulipani, ma è anche più alto e più ricco di fiori, per cui Bill prezzo è giustificato.
Non è per la fatica di coltivarlo. Come tutte le bulbose, basta metterlo a terra e fa tutto da sé.
Un fatto di moda, di gusto? Il cavolo ornamentale ha fondato una nuova estetica in cui il meraviglioso giglio, aereo e slanciato, è diventato brutto?
Non sarà perché è simbolo di purezza? Evoca innocenza, verginità, un'anima immacolata? Che orrore quel troppo candore!
Bene, se è questo il problema ci sarebbero anche i gigli neri. Ancora più introvabili.
Perché, in fondo, l'idea del nero contiene l'idea del bianco.
Ma, chiederete, che c'entrano i gigli bianchi con la letteratura? Tutto c'entra con la letteratura. Anche i nati vecchi, gli eterni bambini, i santi, le intelligenze eccellenti, gli artisti di talento a cui è stato proibito vivere. E' di questi argomenti, delle creature in pericolo cioè, e dei loro drammi, che la letteratura dovrebbe occuparsi.
Inclusi gigli bianchi, tigri bianche, elefanti bianchi, e ogni altro essere che non faccia girare l'economia.
La letteratura italiana, invece, da svariati decenni si occupa di altro, causandoci doloroso stupore ogni volta che mettiamo piede in una libreria.
Nei prossimi container vedremo di che cosa si occupa.




mercoledì 15 giugno 2022

Diabolik ha fatto giardino


Notizie e fotografie da Andrea Carlo Cappi

Mercoledì 15 giugno 2022, poco dopo le undici del mattino, in piazza Grandi a Milano è stata scoperta la targa che dedica i giardini ad Angela e Luciana Giussani, ovvero le autrici ed editrici di "Diabolik". Della prima solo pochi giorni fa si è celebrato il centenario della nascita, mentre la loro serie a fumetti - giunta a 900 numeri, oltre a tutti gli speciali - compirà sessant'anni il prossimo novembre.


Oltre all'assessore alla Cultura e alla rappresentanza della Zona 4, sono intervenuti Claudia Sozzani, nipote delle Giussani (e, si è scoperto più tardi e fuori scena, anche loro personaggio in un albo della serie), e Mario Gomboli (nella foto sotto), fumettista che ha dedicato al "Re del Terrore" buona parte della sua carriera e che da oltre vent'anni dirige la casa editrice Astorina, che dal 1962 pubblica "Diabolik".


Non ho avuto il piacere di conoscere nessuna delle due sorelle, che ho "incontrato" solo attraverso documentari, interviste e ricordi di chi ha lavorato con loro, e naturalmente attraverso le storie e i personaggi spuntati dalla loro macchina da scrivere. Ma auspicavo che fosse loro dedicato qualcosa da parecchio tempo. In effetti a Milano esistono da tempo altri Giardini Giussani - che io mi ostino a chiamare con il nome storico, Parco Solari - dedicati però a don Giussani, che nulla ha a che vedere con le due fumettiste.


Come ha sottolineato in seguito la nipote, oggi suona strano sentire ripetere che si trattava di "due donne", come se fosse insolito riconoscere che due donne possano lanciarsi in un'impresa del genere come autrici e imprenditrici. Ma in Italia non fu molto facile per loro, sessant'anni fa, soprattutto perché i loro personaggi ebbero una carica innovativa e rivoluzionaria così forte da cambiare radicalmente non solo le regole del fumetto ma anche i gusti e gli interessi del pubblico.


All'evento hanno partecipato anche le attrici Monica Faggiani e Valentina Ferrari (nella foto sotto), che ai Giardini e nel proseguimento presso il vicino Wow-Museo del Fumetto in viale Campania 12 hanno recitato due brani del loro spettacolo "Le sorelle diabolike", ispirato in parte anche a "Le regine del terrore", il libro di Davide Barzi che racconta vite, opere e rinvii a giudizio delle Giussani e del loro personaggio, sototposto a processo come a suo tempo la "Madame Bovary" di Flaubert. "Le sorelle diabolike" è anche il titolo della mostra inaugurata per l'occasione al Wow.


Intanto, grazie alle due sorelle, il fumetto italiano e il noir milanese hanno conquistato un altro spazio nella memoria collettiva. Parafrasando il titolo di un romanzo del celebre scrittore milanese Andrea G. Pinketts, che proprio il giorno dopo, il 16 giugno viene celebrato al MystFest di Cattolica, stavolta Diabolik ha "fatto giardino".





domenica 12 giugno 2022

Diabolik: il mistero del numero 1

Diabolik & Eva a Milano (copyright Astorina Srl),
tavola di Giuseppe Palumbo per il "Corriere della Sera"

La Boutique del Mistero, di Andrea Carlo Cappi

In questi giorni nei media si torna a parlare di Diabolik e non solo perché il 2022 è l'anno in cui il personaggio dei fumetti di Angela e Luciana Giussani compie tra cinque mesi sessant'anni di pubblicazioni, ma perché continuano a susseguirsi notizie che lo riguardano.
Tre settimane fa i registi Marco e Antonio Manetti hanno completato  le riprese del secondo e terzo film della loro trilogia di Diabolik in Calabria, la loro terra d'origine. In edicola è appena arrivato il nuovo "Diabolik Magnum", che in 600 pagine a fumetti raccoglie alcune delle storie più importanti della serie. Venerdì scorso, il 10 giugno, ricorreva il centenario dalla nascita di Angela Giussani, la prima ideatrice del personaggio. E mercoledì prossimo, il 15 giugno, saranno intitolati alle sorelle Angela e Luciana i giardini pubblici di piazza Grandi a Milano, consacrandoli a due concittadine che, precorrendo i tempi, sono state imprenditrici editoriali e creatrici di un mito.
Oggi una copia originale del numero uno di "Diabolik", intitolato "Il re del terrore" e pubblicato all'inizio di novembre del 1962 vale diverse migliaia di euro ed esistono persino falsari specializzati che ne fabbricano imitazioni che spacciano (e vendono) per vere. Ma dietro il numero uno di "Diabolik" c'è un vero e proprio mistero, che ha persino ispirato un film.

Da "Il re del terrore" (tavola di Zarcone)

Nel 1962 la casa editrice Astorina, appena fondata da Angela Giussani, prepara il primo albo di Diabolik, che all'epoca potrebbe essere anche l'ultimo, perché nessuno ancora può prevedere il successo del personaggio. I disegni sono affidati a un disegnatore trentenne di nome Angelo Zarcone, che in redazione viene soprannominato "il Tedesco", perché si presenta con un bambino biondo avuto da una tedesca e perché sembra vestito come un turista germanico sulle spiagge romagnole. Zarcone viene pagato in anticipo, ma pare sia sempre in ritardo con le consegne e i suoi disegni sono piuttosto frettolosi.
Consegnate le ultime tavole del fumetto, Zarcone scompare nel nulla. Non si fa più vivo, non abita più alla pensione in cui era alloggiato. Nessuno sa dove sia finito. Al punto che, passati vent'anni, le sorelle Giussani si rivolgono al più famoso detective privato italiano, Tom Ponzi, sperando di ritrovarlo, senza esito. In tutti questi anni, malgrado si sia parlato sempre più spessp di lui, non si sono più avute notizie né da lui né da suoi parenti.
Negli anni Duemila lo studioso di fumetti Gianni Bono si rivolge al direttore artistico di Diabolik, che del numero uno aveva realizzato la bellissima e storica copertina, Brenno Fiumali, chiedendogli di disegnare un identikit del misterioso Zarcone: l'aspetto curioso è che, almeno nel ricordo di Fiumali, Zarcone assomiglia molto a Diabolik come appare nel numero uno, con le folte sopracciglia nere e gli occhi di ghiaccio che siamo abituati ad associare al volto del protagonista dei fumetti. Sembra quasi che Diabolik sia lui, sparito dopo "aver fatto il colpo".

L'attore Luciano Scarpa nel film "Diabolik sono io"

Nel 2018 la vicenda ha ispirato un film del regista Giancarlo Soldi, intitolato "Diabolik sono io", a metà fra un thriller e un documentario, uscito al cinema e ora disponibile in streaming e in dvd. Mentre vari personaggi reali - tra cui ci sono anch'io - ricostruiscono il mito di Diabolik, un uomo vittima di amnesia con lo stesso volto di Diabolik vaga per Milano cercando di ricostruire il proprio passato, tracciando ossessivamente su fogli e muri gli stessi occhi di ghiaccio e le stesse sopracciglia nere... Ma è solo una delle mille ipotesi che si possono fare sull'oscuro destino del disegnatore scomparso.
In ogni caso, le sorelle Giussani non erano soddisfatte della rea visiva numero uno e nel 1964 lo fecero rifare completamente, sulla stessa sceneggiatura, da Gino Marchesi, che nel frattempo era diventato uno dei disegnatori ufficiali della serie.
Nel 2022, in occasione del quarantennale, la sceneggiatura de "Il re del terrore" venne ampliata da Alfredo Castelli (l'autore di Martin Mystère e altri personaggi, che aveva cominciato a lavorare nei fumetti proprio con "Diabolik", insieme a Mario Gomboli che ora ne è il direttore) e disegnata da Giuseppe Palumbo. Da questa versione è stato tratto un "audiofumetto", adattato da Arturo Villone e interpretato da Luca Ward, che in quel periodo dava la voce a Diabolik nei serial di Radio RAI.
La Boutique del Mistero torna in diretta domenica 19 giugno alle 16.20 su Radio Number One, con il relativo dossier il giorno dopo su Borderfiction Zone.

domenica 5 giugno 2022

L'ultima notte di John Belushi

 

La Boutique del Mistero, di Andrea Carlo Cappi

In questi giorni i Rolling Stones hanno dato inizio al loro tour del sessantennale, che presto li vedrà in scena a Milano con tre veterani della band: Mick Jagger, Keith Richards e Ron Wood, che non hanno avuto una vita equilibrata, specie per quanto riguarda l'uso di droghe. Fra i tanti rischi che hanno corso, Richards e Wood in particolare possono considerarsi fortunati per avere scampato quarant'anni fa a Los Angeles il destino toccato al loro amico John Belushi, la star dei Blues Brothers, morto all'apice della propria fama.
Infatti il cinque marzo 1982, all'età di trentatré anni, Belushi viene trovato morto nel letto del bungalow numero tre del Chateau Marmont Hotel sul Sunset Boulevard. Non è chiaro se si tratti di cause naturali, overdose di eroina, suicidio o addirittura omicidio. Sul corpo non ci vedono segni di violenza o di iniezioni. Gli unici indizi nella stanza sono qualche traccia di marijuana e di cocaina, ma non di eroina.
Viene chiamato sulla scena l'ex coroner capo di Los Angeles, il medico legale di origine giapponese Thomas Noguchi, considerato da vent'anni il maggiore esperto di morti di celebrità a Hollywood, a partire da Marilyn Monroe: è il dottor Noguchi, facendo pressione centimetro per centimetro sulle braccia di Belushi, a trovare i segni invisibili di due iniezioni. Dal momento che non c'è una siringa nella stanza, qualcuno l'ha fatta sparire. E in albergo una donna è stata vista uscire dal bungalow...


Mentre la polizia sta ancora effettuando i rilievi, si presenta in albergo Cathy Smith, cantante canadese venticinquenne (nella foto), che ha appena sentito la notizia: è lei la donna che ha passato la notte con Belushi. Ha ancora con sé la siringa e il cucchiaino usati da lei e John e li consegna agli investigatori, dicendo che quando è uscita alle dieci e un quarto del mattino lui era ancora vivo.
L'autopsia chiarisce che la causa della morte è un'overdose di speedball, un cocktail di cocaina ed eroina. Che Belushi fosse un consumatore di alcool e cocaina è un fatto noto, ma la moglie Judith dichiara che non ha mai fatto uso di eroina e l'amico Dan Aykroyd, l'altra metà dei Blues Brothers, afferma che Belushi aveva paura degli aghi e non può essersi fatto l'iniezione da solo.
Nel frattempo Cathy Smith vende per ventimila dollari al giornale "National Enquirer" la sua versione dell'ultima notte di John Belushi: è stata lei a preparare lo speedball e a fargli la prima iniezione, ma ribadisce che era ancora vivo quando lei se n'è andata, quindi la dose fatale se la sarebbe iniettata lui da solo, più tardi.


La vera storia è più complessa. Di recente Belushi è ricaduto nella droga e si è rivolto a Keith Richards e Ron Wood dei Rolling Stones per prcurarsela. Loro lo mettono in contatto con la propria spacciatrice di fiducia a Los Angeles, la cantante Cathy Smith. Quella sera Belushi è all'On The Rox, un locale sul Sunset Boulevard, con Robert De Niro e Robin Williams, in attesa che arrivi la Smith con la sua merce. La serata prosegue poi tra alcool e sostanze nel bungalow dello Chateau Mormont Hotel. Alle tre e mezza Belushi e la Smith, ubriachi fradici, restano soli. Lui non si sente bene e lei si offre di farlo stare meglio, senza dirgli che cosa gli sta iniettando.
A scoprire la verità è il dottor Michael Baden, il maggior esperto di morti per droga del Paese, che con un lavoro degno di Sherlock Holmes sul corpo della vittima riesce a stabilire che Belushi non si è iniettato da solo neanche la seconda dose di speedball, quella fatale, che risale alle otto e trenta del mattino. Quindi è stata lei a somministrargliela ed è uscita dal bungalow mentre lui era in fin di vita per overdose.
La cantante Cathy Smith, che nel frattempo è scappata in Canada, viene condannata per omicidio colposo. Torna negli Stati uniti nel 1986 e sconta quindici mesi in carcere. Smette di spacciare, ma viene poi arrestata di nuovo in Canada per possesso di eroina. Muore nel 2020 per malattia, lasciando purtroppo come suo principale contribito alla storia della musica l'overdose fatale di John Belushi.


Ci ritroviamo in diretta a La Boutique del Mistero domenica 12 giugno alle 16.20 su Radio Number One, con il relativo dossier il giorno dopo su Borderfiction Zone.

Dracula: la leggenda di Bela Lugosi

La Boutique del Mistero , di Andrea Carlo Cappi Come abbiamo detto in alcune puntate precedenti, quest’anno ricorrono centoventicinque anni ...