lunedì 16 febbraio 2026

"Il Mago del Cremlino": c'era una volta dopo l'URSS


Recensione di Andrea Carlo Cappi

Trovo curioso che in Italia siano usciti lo stesso giorno, il 12 febbraio 2026, due film che parlano di Russia, ancorché in due epoche diverse: il 1937 in Due procuratori (capolavoro di cui ho già pubblicato qui la recensione) e il periodo 1991-2019 nell'interessante Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin (Le Mage du Kremlin), di Olivier Assayas, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e distribuito in Francia il 21 gennaio di quest'anno. Il film si basa sul romanzo Il Mago del Cremlino (Le Mage du Kremlin nell'edizione originale francese), esordio in narrativa del saggista italiano Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022. Non avendo letto il libro, faccio riferimento alla versione cinematografica di produzione francese, sceneggiata dal regista e dallo scrittore Emmanuel Carrère, girata in inglese con esterni in Lettonia.
Come sottolinea un disclaimer iniziale, si tratta di fiction, anche se alcuni personaggi sono reali - con tanto di nome e cognome - e altri sono liberamente ispirati a persone esistenti, in particolare l'immaginario protagonista Vadim Baranov, (l'attore Paul Dano) che riprende però aspetti biografici e affermazioni pubbliche del suo ispiratore nella realtà: Vladislav Surkov, consigliere personale di Vladimir Putin dal 1999 al 2020. In un certo senso, a sottolineare che non si tratta di una ricostruzione documentaristica ma di un film destinato al grande pubblico globale sono alcuni dettagli come il "gobbo" da cui Eltsin legge il suo discorso o la lettera di Berezovskij, visibilmente in inglese quando dovrebbero essere in russo; il che richiama insegne e cartelli volutamente in inglese nella Russia postrivoluzionaria de Il mistero delle dodici sedie di Mel Brooks. Il risultato, con la raffigurazione tra finzione e realtà di un potere gestito con metodi mafiosi, ricorda la saga cinematografica de Il Padrino. E a me personalmente evoca i retroscena dei miei romanzi di spionaggio, in cui tuttavia sono solito presentare i personaggi "veri" senza menzionarne esplicitamente i nomi.
Il film si apre con la voce fuori campo del narratore, il personaggio fittizio del saggista statunitense Rowland (un sempre gradito Jeffrey Wright) che nel 2019 torna a Mosca per scrivere una biografia dello scrittore Evgenij Zamjatin: è il comune interesse per questo autore a farlo invitare da Vadim Baranov, che in passato ne ha adattato al teatro il romanzo distopico Noi. Sicché l'americano viene accompagnato in macchina alla residenza fuori città dell'uomo noto come "il Mago del Cremlino", da qualche tempo ritiratosi a vita privata. Baranov racconta all'ospite la propria storia, partendo dalla Mosca anni '90, dopo la perestrojka e la fine dell'Unione Sovietica, durante la presidenza di Boris Eltsin: un'epoca in cui la gioventù russa vive libertà e trasgressione, ma il mercato neocapitalista è gestito da avventurieri e gangster, in un clima che tra sparatorie e tritolo somiglia a quello degli USA durante il Proibizionismo. La storia procede quindi attraverso vari flashback, intervallati dalle conversazioni tra il protagonista e il suo ospite nel 2019.

Baranov, divenuto produttore di reality show per un canale tv, si vede soffiare la fidanzata Xenja (intepretata da Alicia Wykander) dall'amico "imprenditore" Dmitrij Sidorov, ispirato alla figura reale di Mikhail Chodorkowsij. Ma riceve una proposta d'affari dall'arrivista Boris Berezovskij, vicino all'ormai malandato presidente Boris Eltsin: il giovane produttore potrebbe passare da fabbricare la "realtà" televisiva a costruire quella del Cremlino, dando una mano a creare l'immagine di un nuovo leader che prenda il posto di Eltsin alla testa della Federazione Russa, Vladimir Putin (interpretato da un impressionante Jude Law, opportunamente truccato e pettinato). E qui si manifesta uno degli aspetti della vicenda su cui sono più dubbioso.
Perché dal film si potrebbe pensare che Putin non abbia particolari ambizioni politiche, finché non gli vengono suggerite da Berezovskij; laddove nella realtà, dopo avere svolto vari ruoli nell'amministrazione pubblica di San Pietroburgo, già dal 1997 ha messo piede in quella presidenziale russa. E si potrebbe ritenere che Berezovskij abbia scelto Putin convinto di poterlo manipolare; ma chiunque sia nato e cresciuto nell'URSS sa benissimo che non si deve scherzare con un ex agente del KGB, il "Comitato per la Sicurezza dello Stato" che dal 1954 al 1991 svolse le funzioni di polizia segreta in patria così come quelle di spionaggio e disinformazione all'estero; specie se costui da fine luglio 1998 è il direttore dell'FSB, il servizio di sicurezza che ha ereditato il ruolo del KGB nella Federazione Russa.
Fatto sta che nel film Putin si mostra più interessato alle teorie di Baranov sul "potere verticale" - in sostanza quello dell'uomo forte che sa sempre cosa fare e dall'alto dirama gli ordini cui tutti devono obbedire - e lo recluta direttamente al proprio servizio, lasciando da parte Berezovskij. Da questo momento Baranov si occupa della gestione del potere come se fosse la creazione di un'opera d'arte, con cinismo assoluto. E, nei dialoghi con l'ospite Rowland, si dimostra a tratti un "narratore inaffidabile", che in certi casi si autoassolve dalle proprie colpe, in altri si nasconde dietro frasi di propaganda o deliberate omissioni, tanto che l'interlocutore gli ricorda le sue gravi responsabilità: per esempio negli attentati a Mosca del settembre 1999 (quasi trecento vittime), attribuiti a terroristi islamici, ma di cui si ritiene invece responsabile l'FSB, allo scopo di spianare la strada all'uomo forte Putin e giustificare la ripresa della guerra in Cecenia, fase iniziale del recupero dell'integrità russa in cima all'agenda del neopresidente.

Benché il film duri oltre due ore e mezza, non può certo contenere tutti gli eventi storici di quasi un trentennio. Vengono omessi inevitabilmente fatti importanti quali la crisi al Teatro Dubrovka di Mosca (in cui nell'ottobre 2002 si asserragliò un commando ceceno chiedendo la fine della guerra), risolta con un'incursione delle forze speciali che tra gas venefico e armi da fuoco uccisero trentatré guerriglieri e centotrenta ostaggi tra cui vari bambini, lasciando altre centinaia di persone innocenti vittime di avvelenamento; l'assassinio a Mosca della giornalista Anna Politovskaja, "colpevole" di critiche al governo (uccisa a colpi di pistola il giorno del compleanno di Putin nel 2006... e varrebbe la pena di notare che ogni tanto succede qualcosa di serio in data 7 ottobre); l'orribile morte a Londra lo stesso anno dell'ex agente del KGB e dell'FSB Aleksandr Litvinenko, avvelenato mediante polonio-210 dopo avere sostenuto le accuse lanciata da Berezowskij sulle responsabilità di Putin negli attentati del 1999 (In quell'occasione altre trecento persone a Londra soffrirono di sintomi dovuti alle radiazioni). Con tutte queste omissioni, viene quasi il sospetto che gli sceneggiatori abbiano preferito glissare su alcune delle responsabilità più gravi dello zar - come viene spesso chiamato nel film - per non doversi trovare a loro volta il polonio nel té.
Ma assistiamo all'affondamento del sommergibile Kursk, il cui equipaggio fu abbandonato al suo destino, scelta presentata però come pragmatica date le scarse probabilità di superstiti; vediamo l'ascesa nel 2004 del fedele ex agente del KGB Igor Sechin alla testa della compagnia petrolifera Rosneft dopo l'arresto di "Dmitirj Sidorov"; viene menzionato il presunto suicidio di Berezovskij (nella realtà tra le prime di una lunga serie di morti sospette di oligarchi cui è seguito un vero boom dal 2022) dopo un vano tentativo di invocare clemenza a Putin; l'entrata in gioco di Evgenij Prigozhin (lo "chef del Cremlino" appartenente alla cricca putiniana di San Pietroburgo) con la sua Internet Research Agency, cui Baranov dà istruzioni su come seminare il caos in Occidente; vediamo il reclutamento di Aleksandr Zaldastanov, capo dei bikers Lupi della Notte, "liberatori" della Crimea mentre si celebrano le Olimpiadi Invernali di Sochi. Tuttavia è sull'Ucraina che il Mago del Cremlino comincia a perdere colpi, allontanandosi dai giochi di potere; persino Xenja, benché da lui recuperata e divenuta madre di sua figlia, sembra essere uscita di scena.
Emerge, almeno sul tema della disinformazione via Internet, la volontà del Cremlino di lasciare che le persone più attente si rendano conto di chi ne tiri i fili, proprio come ostentazione di superiorità: la realtà ci insegna del resto che molte macchinazioni e menzogne evidenti passano inosservate alla folla, pronta ad abbeverarsi proprio ai messaggi più ingannevoli. Forse da questo film è meno evidente che la gestione del potere a Mosca deriva dalla scuola più classica dei servizi segreti sovietici e ricorda quella di Stalin, modello a cui si ricollega dichiaratamente il presidente in carica (al potere da oltre ventisei anni e, grazie a opportune riforme, destinato a restarci a vita). Per esempio, quando si elimina un avversario, l'apparenza può anche essere quella di suicidio, incidente o malattia, ma se si va appena un po' più in profondità si deve poter riconoscere chi sia il mandante, affinché il messaggio sia inequivocabile: chi disobbedisce, commette errori o semplicemente perde i favori del leader non sarà perdonato, come abbiamo visto con la caduta dell'aereo del ribelle Prigozhin e, in questi giorni, con le prove sulla morte per avvelenamento dell'oppositore Navalnij durante la sua detenzione siberiana. La lezione dovrebbe essere: attenti a invocare "l'uomo forte", perché poi diventa impossibile liberarsene e nessuno sarà più al sicuro per parecchio tempo, nemmeno chi l'ha mandato al potere.

Si veda anche la recensione: "Due procuratori": c'era una volta in URSS

domenica 15 febbraio 2026

"Due procuratori": c'era una volta in URSS


Recensione di Andrea Carlo Cappi

Il 12 febbraio 2026 è arrivato nelle sale cinematografiche italiane Due procuratori (Deux Procureurs), ambientato nell'URSS del 1937. Il regista, Sergej Loznitsa, è nato nel 1964 nella Bielorussia sovietica e cresciuto nell'Ucraina sovietica; studente di cinema nella Mosca post-sovietica, dagli anni Duemila risiede in Germania ma rimane tuttora cittadino ucraino. Apprezzato documentarista, ha raccolto per anni immagini d'archivio, che in questo caso gli sono state preziose non solo per ricostruire fedelmente costumi e scenografie, ma anche per scegliere gli interpreti con "le facce giuste" e dare loro indicazioni su movimenti e atteggiamenti. Il risultato è un capolavoro sia dal punto di vista storico, sia sul piano dell'attualità che, inevitabilmente, richiama. Il paese di origine del film risulta essere la Francia, dove Due procuratori è stato presentato a Cannes e distribuito dal 5 novembre 2025, ma in realtà è una coproduzione tra Francia, Germania, Paesi Bassi, Romania, Lettonia e Lituania. Gli interpreti sono russi (attualmente in esilio) o russofoni baltici.
Il soggetto proviene dal romanzo breve Dva prokurora, datato tra il 1969 e il 1974, una delle opere che il fisico russo Georgij Demidov scrisse sulla base delle proprie drammatiche esperienze: arrestato nel 1938 durante le purghe staliniane, prigioniero nei gulag - i campi di lavori forzati in cui i dissidenti veri o presunti venivano detenuti in condizioni disumane - era stato liberato solo nel 1952. Il libro rimase inedito per quarant'anni, malgrado Nikita Kruscev avesse denunciato i crimini del regime stalinista già nel febbraio 1956, a tre anni dalla morte del suo predecessore. Nel 1980 il manoscritto fu sequestrato dal KGB, il "Comitato per la sicurezza dello Stato", attivo dal 1954 al 1991 come servizio sovietico di spionaggio all'estero e repressione del dissenso interno, dai cui ranghi proviene l'attuale presidente russo. Il romanzo fu restituito alla famiglia nel 1988, dopo il decesso di Demidov, durante la perestrojka di Mikhail Gorbachev, e infine pubblicato nel 2009.
La trama parte da una lettera del prigioniero politico Stepnjak (l'attore Aleksandr Filippenko), detenuto a Brjansk. Scampata al rogo sistematico della posta dei carcerati, la missiva (in mancanza di inchiostro, scritta con il sangue) arriva a destinazione presso la Procura locale, nelle mani del giovane Kornev (Aleksandr Kuznetov), che di Stepnjak è stato allievo. Poiché il detenuto richiede un colloquio urgente per fare rivelazioni importanti, il procuratore di fresca nomina si presenta alla prigione, sopporta con tenacia la burocrazia carceraria che cerca di impedire l'incontro e alla fine riesce a farsi portare nella cella del professore. Vi trova un uomo innocente, bolscevico della prima ora, che non avrà molto da vivere dopo le brutali percosse cui è stato sottoposto dai secondini.

Stepniak confida al giovane procuratore che a Brjansk l'NKVD (il "Commissariato popolare per gli Affari interni", di fatto l'antesignano del KGB) sarebbe infiltrato da elementi controrivoluzionari che perseguitano con false accuse i comunisti più fedeli. Animato dalla fede nella giustizia e dall'incrollabile fedeltà allo Stato, Kornev prende il treno per Mosca allo scopo di denunciare il complotto alla Procura generale dell'URSS. Anche qui deve sopportare il boicottaggio della burocrazia, ma con la sua caparbietà ottiene un colloquio con il procuratore generale Andrej Vishinskij (personaggio storico, poi ministro degli esteri dal 1949 fino alla morte di Stalin, interpretato da Anatolij Belyi). Questi, benché sulle prime dubbioso, concede a Kornev l'autorizzazione a svolgere indagini a Brjansk, perché faccia rapporto direttamente alla Procura generale di Mosca. Ciò di cui il giovane magistrato non si rende conto, sinché non sarà troppo tardi, è che tanto lui quanto Stepnjak sono vittime di un tragico inganno: il vero nemico non sono gli ipotetici controrivoluzionari infiltrati, bensì lo stesso sistema sovietico.
Il contesto è appunto quello del regime di Josip Dzugasvili Stalin, dittatore onnipotente e paranoico, ossessionato dal timore di ipotetiche cospirazioni al punto di far arrestare e giustiziare anche le sue stesse persone di fiducia. Ancora non è possibile determinare il numero delle sue vittime tra il 1924 e il 1953: si stimano cifre analoghe a quelle dello sterminio operato dalla Germania nazista, in termini di milioni di morti. L'unica differenza è che, nonostante la somiglianza nei metodi, di quanto accadde in URSS si è parlato molto meno. Due procuratori ha il coraggio di farlo, in un'epoca come l'attuale in cui riaffiora la nostalgia per mostri come Stalin e Hitler e si fa di tutto per farli rivivere.
In tutto il film si avverte un'atmosfera kafkiana, dalla rassegnazione di alcuni alla disillusione di altri (tra cui l'uomo con una gamba sola sul treno per Mosca, il secondo ruolo interpretato da Aleksandr Filippenko, in un monologo ispirato a Le anime morte di Gogol); dall'immobilità dei presenti di fronte all'impiegata che perde fogli sulle scale e viene aiutata a raccoglierli solo dal protagonista, all'evidente stato di shock dell'uomo che cerca l'uscita dal palazzo della Procura generale, fino all'ambiguità di certi personaggi quali il sedicente compagno di scuola che saluta calorosamente Kornev o i due allegri compagni di viaggio sul treno del ritorno per Brjansk.
La vicenda è permeata dalla sensazione di potere incontrastabile della macchina cieca e arrogante dello Stato, che stritola l'ingenua onestà del giovane procuratore. Questo è un mondo in cui tutti esitano ad agire di propria iniziativa, nel timore di commettere un errore fatale; un mondo in cui vige l'impunità, almeno finché non si cade in disgrazia e si viene condannati in quanto "antisociali". Nella conversazione in streaming che ha preceduto la proiezione inaugurale del 12 febbraio in vari cinema d'Italia, la direttrice del Trieste Film Festival Nicoletta Romeo ha chiesto al regista se l'arte, in tutte le sue forme, possa cambiare qualcosa nella realtà: Sergej Loznitsa, con una breve risata amara, ha ipotizzato che sia possibile a lungo termine, sottintendendo che tentare di farlo sia in ogni caso dovere degli artisti.



venerdì 6 febbraio 2026

Iperwriters - Iolanda dannata


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 85 - Iolanda dannata

Venerdì, ore 13.
23 marzo 1999, Bologna, presentazione a Villa Spada. Non so se fosse un venerdì.
Arriviamo dunque in un albergo vicino alla stazione, che negli anni '60 era gestito da miei lontani parenti e ora, con una nuova gestione, puzza di fogna. In biblioteca la sala è grande, con moltissime sedie allineate, le locandine, il palco, i microfoni, tutto molto ben allestito.
Ma a pochi minuti dall'ora fissata per la presentazione questa sala è completamente vuota. Le presentazioni con quattro gatti sono qualcosa di relativamente normale, ma una sala vuota a Bologna di un libro non autoprodotto ambientato in Emilia e scritto da una mezza emiliana, e fatta la dovuta propaganda con inviti e tutti i crismi, è quasi impossibile.
Restiamo seduti lì, Max, l'amico e io, per una buona mezz'ora, poi un'ora. Mi pare che non si sia presentato nessuno del personale, o forse sì, perché del resto della serata non ricordo nulla. A parte l'imbarazzo dell'amico che non sa spiegarsi l'accaduto e una telefonata, fatta da noi a una scrittrice bolognese che si fa negare dalla colf.
Ora, al mio posto avreste pensato che l'assassinio di una vostra prozia emiliana in Emilia avrebbe attirato almeno due, tre curiosi? E uno o due scrittori stimolati a confrontarsi?
No.
Quale peccato avevo commesso? Violato un tabù, invaso un territorio?
Stavo sperimentando un episodio di cancel culture che non era ancora stata scoperta e studiata?
Non c'era nulla di politicamente scorretto in Iolanda. Allora, dov'era la scorrettezza?
Sono stata boicottata nei decenni a seguire? Non posso saperlo.
È stato un unico giorno sfortunato, Iolanda. Un percorso iniziato in ascesa, con speranze che mi facevano lievitare, per terminare in picchiata.
Altri scrittori mi avrebbero detto che: Dopo l'uscita di un libro si apre una scorciatoia per il suicidio. Quello che poteva accadere fino agli anni '60 o '70 non accadeva più. Nessuna reazione o riscontro, nessuna opportunità, nessuna crescita.
Per finire: Superman non muore mai aveva venduto solo 800 copie. Si poteva sempre pensare che i più lo avessero già comprato in edizione da edicola. Altrettante ne venderà Iolanda.
Che nell'editoria cartacea di allora è un bagno di sangue.

(Immagine realizzata mediante AI)


lunedì 2 febbraio 2026

Manuel Aguilera Povedano e il segreto nel Mediterraneo

Maiorca sotto il controllo italiano (1936-39), in grigio
il terreno acquistato per la colonia segreta.


Intervista di Andrea Carlo Cappi 

Nel luglio 1936, novant’anni fa, i nazionalisti del generale Francisco Franco si ribellarono al governo democratico della Repubblica di Spagna, dando inizio a tre anni di sanguinosa guerra civile, con il sostegno di Italia e Germania. In agosto il Duce inviò alla conquista di Maiorca i suoi legionari, agli ordini dello squadrista Arconovaldo Bonacorsi, ribattezzatosi Conte Rossi, che guidò una brutale repressione.
Al fianco dei nazionalisti, le truppe italiane presero parte anche ai combattimenti nella Spagna peninsulare. il 26 aprile 1937 l’Aviazione Legionaria si unì alla Legione Condor tedesca nel bombardamento di Guernica, causando centinaia di vittime tra i civili: è l'episodio ricordato dal celebre quadro di Picasso Guernica e la conferma che la Guerra di Spagna era il laboratorio dell'imminente Seconda guerra mondiale: nazifascismo contro democrazia. 
L’Italia dominò su Maiorca, Ibiza e Formentera fino al 1939, quando ufficialmente - dietro forti pressioni internazionali per l'occupazione illecita del territorio - restituì le isole alla Spagna, ormai peraltro caduta sotto la dittatura di Franco. Hitler e Mussolini contavano che l’alleato iberico, per gratitudine, si unisse a loro nella Seconda guerra mondiale, ma Franco preferì evitarlo, anche perché le condizioni in cui versava il paese dopo tre anni di conflitto interno erano disperate. Il dittatore spagnolo sarebbe così rimasto al potere fino alla morte, nel 1975, alla quale fecero seguito il periodo della Transizione, la democrazia e la Costituzione del 1978.

Manuel Aguilera (foto: Tolo Balaguer)

Quell’anno, il 1978, a Maiorca nacque Manuel Aguilera Povedano. Nel 2005, impegnato nel dottorato di ricerca in Storia, scovò nell’archivio della Stanford University, California, il dossier su una trattativa segreta del 1937: la Spagna era pronta a lasciare all’Italia le Baleari e a cederle altri territori, se in cambio Mussolini e Hitler avessero cessato di sostenere Franco. Per Aguilera fu l’inizio di un’inchiesta durata quindici anni, che avrebbe svelato pagine ignote di storia, poi raccolte nel libro Un’occasione d’oro per Mussolini (2023) pubblicato in Italia da LoGisma (El oro de Mussolini, Arzalia, 2022).
Manuel Aguilera Povedano lavora attualmente come giornalista presso il quotidiano Ultima Hora, dove pubblica articoli di storia, ed è noto anche come giocatore di calcio per la squadra FC La Cervantina, in cui militano esclusivamente scrittori Entrato in contatto con lui grazie all'amico scrittore Andrea Coco, che collaborava con il suo editore italiano, nel 2024 ho incontrato Manuel per farmi raccontare di persona le sue scoperte: appuntamento al Bar Goa in plaza Progreso a Palma di Maiorca, in cui ogni tanto ambiento scene dei miei libri.
Una versione immaginaria della conversazione figura nel mio romanzo Agente Nightshade – Legione Ombra (2024, in cui mi sostuisce l’alter ego Paco Torrent; la vera ntervista fu pubblicata quell’estate su Cronaca vera.


Il tuo libro Un’occasione d’oro per Mussolini si apre con una scena degna di un romanzo di Ken Follett, ma realmente avvenuta: l’incontro tra un agente segreto della Repubblica Spagnola e un collega italiano, per discutere la cessione a Roma delle Baleari, in cambio del ritiro di Mussolini dalla Guerra Civile.

Quando lessi il rapporto sull’incontro tra le due spie e vidi che si stava negoziando la vendita delle Isole Baleari, rimasi profondamente scandalizzato. Per prima cosa feci una ricerca su Google: non risultava niente. Quindi consultai esperti spagnoli e italiani: nessuno ne sapeva nulla. A quel punto mi resi conto di essere di fronte a una scoperta senza precedenti.

Da quel momento ebbe inizio la tua ricerca. Nel libro racconti anche la tua vita personale, i tuoi viaggi e i tuoi incontri durante l'inchiesta. 

Sulle prime pensavo di scrivere un reportage, ma poi capii che avrei dovuto esaminare altri testi e altri archivi. Da qui cominciò un’odissea che mi condusse a Madrid, Roma, Londra, Edimburgo, in California e di nuovo a Maiorca. Ogni viaggio era un’avventura e ho approfittato di tutte quelle esperienza per rendere più amena la lettura.

Manuel Aguilera Povedano (foto: Tolo Balaguer)

Alla fine hai portato alla luce due segreti inconfessabili. Il primo è la trattativa segreta tra Spagna e Italia (e Germania): la cessione di isole e territori a potenze straniere per non perdere tutto il resto del Paese. Significa che la Spagna già si vedeva sconfitta di fronte all’alleanza tra Franco, Mussolini e Hitler, due anni prima della fine della Guerra Civile?

Sì, nel gennaio 1937 il governo della Repubblica Spagnola era cosciente che non avrebbe potuto battere Hitler e Mussolini. Gli aiuti sovietici arrivavano tardi e male. Restava solo da giocare la carta più rischiosa: corrompere il nemico. Anche a costo di perdere territori nazionali, come le isole e il Marocco spagnolo.

Com’è possibile che non se ne sia saputo nulla, prima della sua inchiesta?

Era un tema delicatissimo. Qualche storico, come Ángel Viñas, vi accennò senza dargli peso, credo a causa della sua simpatia per la Repubblica: sapeva che parlarne gli avrebbe fatto perdere prestigio. Ora, a più di ottant’anni, la verità deve uscire alla luce, soprattutto per non ripetere mai più gli stessi errori.

Il porto di Palma di Maiorca, nel 1936 base navale italiana (fotocappi)

Nel 1936-39 Mallorca, Ibiza... tutte le Baleari eccetto Minorca erano sotto il controllo di Mussolini, tanto che - come ricordi nel tuo libro - durante il fascismo i testi scolastici di geografia le indicavano come isole italiane. Come fu vissuta quell’esperienza?

Fu una colonizzazione economica, culturale e militare. Se ce ne fosse stato il tempo, lo sarebbe stata anche a livello sociale, con l’invio previsto di centomila coloni: un abitante su quattro sarebbe stato italiano. Il Conte Rossi rovinò l’enorme prestigio di cui godeva l’Italia a Maiorca con la sua brutale repressione dell’antifascismo: fu coinvolto in centinaia di esecuzioni clandestine. Molti sostenitori della destra tradizionale e frange dell’esercito spagnolo arrivarono a odiarlo.

Il Conte Rossi in una foto celebrativa d'epoca

E così arriviamo alla seconda rivelazione: Mussolini si stava già preparando alla Seconda guerra mondiale e voleva Maiorca come base militare strategica nel Mediterraneo. Tuttavia subiva forti pressioni internazionali perché restituisse le Baleari alla Spagna. Lo promise e, in apparenza, lo fece quando Franco vinse la Guerra Civile nel 1939. In realtà aveva un piano di riserva...

Infatti: comprare proprietà agricole a Maiorca e popolarle di coloni. Era lo stesso sistema che aveva impiegato a Tunisi, trasferendovi italiani e aprendo scuole e giornali.

La mappa della prevista colonia italiana a
La Albufera (Maiorca), scoperta a Roma da Manuel Aguilera

Ma alla fine né l'invasione silenziosa, né la colonia clandestina di Mussolini videro mai la luce. Anche se in teoria il terreno a La Albufera – la più estesa proprietà di tutta l'isola, oggi riserva naturale – sarebbe ancora di proprietà italiana, come forse altri terreni sull’isola. Né si sa se qualcuno abbia approfittato di quelle tenute segrete, per esempio negli anni della Guerra Fredda.

Nel mio libro dimostro, con tanto di documenti, che lo Stato italiano acquistò per cinque milioni di pesetas La Albufera, con cinque chilometri di costa a nord di Maiorca. Utilizzò alcuni prestanome del luogo che, dopo la sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale e la sparizione delle persone coinvolte nell’acquisto, si tennero il prezioso terreno. Ma c’è ragione di credere che l’Italia potrebbe tuttora reclamarne il possesso, poiché ci sono le prove che il suo governo l’abbia comprato.

Nel romanzo Agente Nightshade - Legione Ombra ho parlato di ipotetici sviluppi successivi delle proprietà segrete italiane a Maiorca non solo nella Guerra Fredda ma anche nella Strategia della Tensione, ricordando che negli anni Settanta proprio qui si nascose Gianni Nardi, membro delle Squadre d'Azione Mussolini, ricercato in Italia per terrorismo e identificato quando morì in un incidente d'auto sull'isola, in località Campos.
Lo scorso anno in Buio sulla frontiera, edito nella collana in ebook Spy Game-Storie della Guerra Fredda (Delos Digital). anticipavo la questione che i personaggi della mia serie Dark Duet devono affrontare nell'episodio successivo della serie, Invasione silenziosa (in vendita dal 10 febbrario 2026): un gruppo di italiani nascosti a La Albufera dal dopoguerra. Ancora una volta colgo l'occasione per ringraziare Manuel Aguilera Povedano per le pagine di storia segreta ma reale che è riuscito a portare alla conoscenza di tutti.






giovedì 22 gennaio 2026

Iperwriters - Iolanda inosservata


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 84 - Iolanda inosservata

Venerdì, ore 13. Questa volta l'uscita in libreria, pur sul bancone delle novità, è rischiosa: non posso più contare sulla moda, già evaporata, del porno al femminile. Iolanda è solo un giallo fra i tanti, e io ho commesso un fatale errore di promozione.
Avrei dovuto insistere con l'ufficio stampa perché venisse presentata come un mio personale psicodramma, atto di vivisezione e cannibalismo della mia storia famigliare. Oggi sarebbe una scontata operazione commerciale: vi vendo il femminicidio della mia prozia. Meno scontata allora. Bassa e volgare, lo so, disgustosa, ma ci vengono offerti altri modi per ottenere attenzione?
Iolanda invece è stata proposta come una storia di provincia segreta.
Avevo seminato non indizi, ma informazioni certe che lei fosse stata la mia prozia, ma se n'era accorto solo il mio editore. Fra gli altri, nessuno lo ha notato, o ha finto di non notarlo. In altri tempi se ne sarebbe parlato. E si sarebbe parlato della sindrome generazionale da me ampiamente trattata.
Iolanda, essendo una storia di morti che agiscono sui vivi non attraverso medium ma attraverso l'immaginario, contiene una forte scena necrofila:
Entro nel Mito di tutti i miti, nella Donna di tutte le donne, e lei è fantastica e unica... mi ama... sto scopando una fica morta e leggendaria, terribile e immensa, grande... e c'è molto altro in lei, oltre lei. C'è confusione, una divina confusione. Sto violentando la morte, lei è il Mistero che mi fa godere... giurerei di essere morto anch'io, come lei, e non sono mai stato più vivo.
Cerco di correggere il tiro con una locandina promozionale:
1931. A Nonantola muore assassinata Iolanda Magnoni, antenata della scrittrice. Negli anni settanta tre studenti del Dams di Bologna e un travestito sono affascinati dal fatto di cronaca e progettano di farne un film. Ma l'antico crimine estende la sua influenza fino ai tempi più recenti, in una sequenza di drammatici eventi attraverso gli anni ottanta e novanta. Una storia dark di delitto e necrofilia in cui si intrecciano e si sovrappongono i piani del reale e dell'immaginario.
Un amico, lui pure vincitore del Premio Tedeschi, mi ha organizzato una presentazione alla biblioteca di Villa Spada, a Bologna. La mia prima con un libro da libreria, e con il marchio Tropea.
A questo punto devo raccontare un fatto che mi è penoso perfino ricordare.

(Immagine: copertina di Iolanda Song - La canzone di Iolanda, riedizione da Delos Digital, 2021)


venerdì 19 dicembre 2025

Iperwriters - Iolanda e la sua sindrome

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 83 - Iolanda e la sua sindrome

Venerdì, ore 13. Alla fine ce l'ho fatta. Ho scritto un romanzo. Quello a cui pensavano le persone quando mi chiedevano: "A parte i gialli, non ti piacerebbe scrivere un vero romanzo?"
Solo che questo romanzo è anche un giallo, o piuttosto contiene tre fili di thriller. Così sottili che chi legge potrebbe anche non accorgersene. Il tono è piuttosto da romanzo generazionale e ritratto della decadenza di un'epoca.
Ce l'ho fatta: ho chiuso il cerchio fra letteratura “alta” e paraletterature trash per tornare a un prodotto che, contenendo tutte le paraletterature, raggiunge una sua dignità di scrittura. Iolanda, secondo Max, è stato il mio lavoro migliore nell'ambito della narrativa. Piace ancora oggi agli amici che lo leggono. Ha una sua eterna giovinezza.
Su La Stampa di Torino è nella classifica dei migliori thriller dell'anno, ma non entro nella cinquina del premio Scerbanenco.
Secondo me, quello che rende Iolanda unico nel suo genere è la mia analisi dell'immaginario. E' l'immaginario il vero protagonista (e il vero assassino) della storia, nelle modalità in cui muove le vite umane, in un tempo in cui, nutriti a fiction, cinema e televisione, ci si immagina più che vivere. Uno dei miei personaggi, Francine, crede di dover essere una grande attrice per aver avuto un fratello morto suicida. E' la "sindrome del fratello di Francine":
"… tutti hanno, tutti abbiamo, qualcuno o qualcosa, se non un fratello suicida, almeno una nonna protofemminista, una zia pazza che girava con la carabina a tracolla, un padre maniaco religioso... insomma tutti hanno un accidente qualsiasi, un trauma, una piaga, uno stravolgimento che li giustifichi... a diventare grandi romanzieri, grandi artisti, grandi attori, grandi qualsiasicosa.
Se non ce l’hanno nel passato, si ingegnano a crearselo nel presente, e così potete assistere a tutta una passerella di gente che si fa le pere, o si spara in moto a duecento all’ora, o trinca una bottiglia di vodka al giorno, o ruba senza averne la necessità, o fa sesso pesante nei cessi delle stazioni, o vive in case sudicie con un conto in banca di nove zeri ... gente disposta allo sregolamento più pazzo pur di essere in regola, gente che si sbatte per avere un fratello di Francine, convinta che sia il visto d’ingresso per gli Stati Uniti della creatività."

(Immagine: copertina di Iolanda Song - La canzone di Iolanda, riedizione da Delos Digital, 2020)


"Il Mago del Cremlino": c'era una volta dopo l'URSS

Recensione di Andrea Carlo Cappi Trovo curioso che in Italia siano usciti lo stesso giorno, il 12 febbraio 2026, due film che parlano di Rus...