giovedì 16 aprile 2026

Iperwriters - Il crepuscolo dei non-dei


Iperwriters - Editoriale di 
Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 90 - Il crepuscolo dei non-dei

Venerdì, ore 13. All'uscita di Superman non muore mai ero stata severamente rimproverata. I fumettisti sono dei tipi tosti che si divertono da paaaazzi! E io invece li avevo dipinti stralunati e disperati. Perché li avevo conosciuti così. Strani frutti della scuola dell'obbligo che pendevano non dagli alberi, ma dai concorsi per insegnanti e dipendenti pubblici. A domandarsi perché avessero un talento per le arti che non poteva trovare impiego. Chi si divertirebbe da pazzi in questa condizione? Piuttosto, pazzi ci si diventa, e non divertendosi affatto.
Ricordate che, molti editoriali fa, raccontavo del figlio di un operaio che aveva voluto diventare disegnatore di fumetti per non andare in fabbrica come suo padre? Bene, mi identificavo in quel disegnatore. Avevo trovato un sentiero adatto a me nella giungla delle belve, una via percorribile da quelli nati nella mia casta che avevano abbastanza immaginazione e disposizione al rischio o all'incoscienza, che poi è lo stesso.
I figli di papà avevano strade già pronte e ben comode. Ma ecco, verso la fine degli anni novanta erano sul nostro sentiero, a farci concorrenza. E loro sì, si divertivano da paaazzi! Il fumetto non era più un ghetto (o piuttosto il ghetto era stato fatto ascendere ai piani alti), e sceneggiare non era più da poveri.
L'editoria di intrattenimento popolare a fumetti è diventata sempre più piccola e stretta, come quegli isolotti erosi dalle maree e dalle eruzioni vulcaniche. Abitata da naufraghi e sorvolata da nostalgici.
Quando i vecchi giornalini straripavano dalle edicole era possibile, al culmine di una buona carriera, guadagnare di che vivere decorosamente. Durante la transizione al fumetto d'élite i compensi per sceneggiatori, anziché aumentare, sono diminuiti. Grazie al corto circuito fra vendite in picchiata e carica di nuovi sceneggiatori disposti a lavorare per pochi soldi, illusi e sfruttati.
Lo stesso è accaduto per la fiction seriale “di serie B”, divenuta un insieme di feudi governati dall'altissima borghesia radical-chic, l'aristocrazia dei giorni nostri.
Non c'era trippa per gatti di strada.
Non ricordo quando e cosa abbia sceneggiato per l'ultima volta, ma mentre scrivero Sublime anima di donna ero già disoccupata.

(Immagine realizzata mediante AI)

venerdì 3 aprile 2026

Iperwriters - Non ci sono più pecore


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 89 - Non ci sono più pecore

Venerdì, ore 13.
In realtà, non ho mai fatto parte di un gruppo di lavoro, a parte una settimana trascorsa alla sede di una emittente televisiva, fra sole donne, a ideare una sitcom erotica con sole donne sul modello di Sex and the city. sitcom mai venduta ed esperienza che mi ha confermata nei miei timori sul lavoro collettivo: se hai un'idea brillante viene manipolata, trattata con ammorbidente, limata alle attese generaliste... e infine il merito è diviso fra tutti.
Io, in un gruppo di lavoro, non solo non riesco ad avere idee brillanti, ma non posso neppure pensare e parlare. Avevo scelto di scrivere per alzarmi tardi, evitare autobus e treni e risparmiarmi la presenza fisica quotidiana di capi e colleghi. Capi e colleghi c'erano, e dovevo discutere con loro: ma l'ultima parola l'aveva il mio lavoro: che lo comprassero o no.
Così, con gioie e dolori, sono andata avanti per vent'anni. Se volete approfondire le mie vicissitudini negli anni ottanta leggete questa:
Negli anni novanta ero approdata a Bonelli, e come giallista ero stata assegnata alle testate gialle, Nick Raider (destinato a una prossima chiusura) e Julia (che non era nelle mie corde). Mi ci sono sentita stretta. In altri paesi e case editrici, per esempio la Marvel, uno sceneggiatore poteva intervenire su un personaggio innovandolo, se non sconvolgendolo. Lì non era possibile.
Per le mie vicende disneyane e la catastrofe della mia carriera da Bonelli vi rimando a questa, una delle interviste più complete che abbia rilasciato:
All'inizio degli anni duemila il mondo in cui avevo vissuto e lavorato non esisteva più. L'agenzia dei miei inizi, le case editrici che mi avevano dato di che vivere, come Ediperiodici e Lancio. La Dardo aveva chiuso. Topolino sarebbe passato alla Panini.
Gli sceneggiatori che avevo ammirato come Romano Scarpa e Carlo Chendi (quest'ultimo mio buon amico) erano in pensione. Non so che fine abbiano fatto altri che ho conosciuto a Genova, a Milano e a Roma. Spariti dal mercato, se non dal mondo.
Max e io, passeggiando sulle colline, avevamo fatto amicizia con pastori di pecore. Stavano per chiudere l'attività e non avremmo più visto il loro recinto e i loro agnelli. Noi vecchi fumettisti eravamo come quelle pecore. Non nel senso che seguivamo la coda dell'animale davanti a noi.
Nel senso che ora non si trova più pura lana.

mercoledì 25 marzo 2026

Spy Game incontra Alberto Costantini


Nell'ambito degli incontri con autori e autrici della collana in ebook Spy Game - Storie della Guerra Fredda di Delos Digital, oggi parliamo con Alberto Costantini.
Scopriamo i segreti di un autore che spazia dalla saggistica al fantastico, ma ha sempre tenuto d'occhio la spy story, fino a entrarci a pieno titolo con Missione Iraq, un romanzo in tre parti pubblicate rispettivamente nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026.

SG: Parlaci di Missione Iraq, pubblicata in tre uscite consecutive di Spy Game, la collana fondata dal maestro della spy story italiana Stefano Di Marino.

AC: Se è vero, come diceva Oscar Wilde, che “perdere un genitore può essere considerata una disgrazia; perderli entrambi è segno di trascuratezza”, anche perdere una spia da qualche parte in Medio Oriente non è uno scherzo, soprattutto se questa era stata intrufolata ai tempi del Duce e ancora negli anni Ottanta era operativa, nonché al centro di vicende molto, molto delicate.
Bene. Per cercarne le tracce (o rassegnarsi alla sua dipartita), occorre una copertura convincente; niente di meglio, quindi, che affiancare una donna iraqena - che da anni vive in Italia e lavora per i Servizi - ad Andrea, archeologo che ha partecipato a numerose campagne di scavo, con la perfetta, giustificata copertura di dover ispezionare un sito presumibilmente danneggiato nella dura guerra Iran-Iraq.
I due, via Tunisi e Amman, raggiungono l’Iraq, dove Andrea riprende il contatto con gli archeologi locali. Il sito risulta sul serio danneggiato, ma emergono comunque reperti che non erano stati individuati in precedenza.
Anna intanto svolge con discrezione le sue indagini…


SG: Missione Iraq rappresenta (ma se sbagliamo, correggici!) il tuo esordio ufficiale nella narrativa di spionaggio. Cosa ti ha portato a questo genere?

AC: È vero, ma tanto nei romanzi di fantascienza come in quelli storici e di avventura, di missioni non troppo diverse ne avevo già messa in campo più di una.
Qualche esempio. In Stella cadente (Premio Urania 2006), nel terzo episodio una spia americana viene paracadutata per indagare su certi strani scavi operati dai nazisti nel Norditalia, e nei romanzi La guerra dei Multimondi e L’Eresia del Multiverso gli agenti operano addirittura in un universo parallelo.
Ma Napoleone è morto ad Arcole? vede la protagonista, una spia veneta del XVIII secolo al soldo degli Inquisitori di Stato, spedita nel nostro tempo con una delicatissima missione.
Nell’ucronico Il cratere ove gorgoglia il tempo un gruppo di soldati e studiosi è incaricato di dipanare un bel mistero “scoppiato” (letteralmente) in zona nemica.
Passando ai romanzi storici, ne I Figli del Leone il giovane romano Marco deve relazionare la Repubblica sullo stato delle mura e delle difese di Cartagine, e in Attila, il Principe delle Locuste, il protagonista è un ufficiale romano specializzato nell’infiltrarsi fra i barbari.
È altresì vero che Missione Iraq è il mio primo romanzo inserito in una collana di storie di spie.

In questa vicenda, dimostri di conoscere bene il genere spionistico. Quali sono le tue esperienze come lettore o spettatore di storie di spionaggio?

Naturalmente, come tutti, ho visto dozzine di film, e come molti ho letto i classici dello spionaggio, oltre a qualche storia un po’ dozzinale, compresi ovviamente i romanzi di spionaggio-fantascienza, spionaggio-fantapolitica eccetera.
Aggiungo che fin da bambino adoravo leggere saggi di storia, soprattutto del Novecento, e mi sono appassionato alle vicende in cui spie alleate, comuniste o naziste hanno cercato di dare una svolta alla guerra, qualche volta persino riuscendoci.
Una volta deciso di cimentarmi in una spy-story senza più commistioni o simbiosi, sono partito da quello che conoscevo.
Ho insegnato per trentasette anni, quindi niente di strano se il protagonista è un docente. Ho studiato Lettere Antiche, quindi il nostro insegnate delle Medie è altresì uno storico o un archeologo. A questo punto, meglio un archeologo, e la copertura era pronta.
Avevo appena finito di rileggere il volume dedicato da De Felice all’Italia fascista durante la Guerra, comprese certe operazioni diplomatiche, ideologiche e militari in Medio Oriente. Quindi, la scelta è caduta sull’Iraq.
Da ultimo, avevo letto un saggio sul famoso “Lodo Moro”, che peraltro fu faccenda molto più complicata e prolungata nel tempo.
Ora gli ingredienti c’erano tutti; serviva soltanto una storia che reggesse il gioco narrativo.
Naturalmente, una volta impostata la trama, mi sono documentato sugli aspetti specifici e mi dispiace se a quel tempo (otto mesi fa, mica tanto) ignoravo l’esistenza di un Copilot che mi avrebbe reso la ricerca dei luoghi, dei tempi e degli eventi molto più facile.


SG: Raccontaci il tuo percorso come scrittore tra saggi a narrativa di genere.

AC: La mia è una storia bella e istruttiva, tant'è vero che la racconto in tutte le occasioni, aggiungendovi via via sempre qualche nuovo particolare.
Da bambino non sono stato il classico appassionato di romanzi che a dodici anni scrive il primo racconto e a tredici inizia a tormentare i professori perché leggano il suo giovanile capolavoro.
Dirò anzi di più e di peggio: ero il classico ragazzino non lettore, ma la colpa non era tutta mia, bensì di scelte infelici su cosa mettermi in mano; per meglio dire: di libri che sarebbero stati adattissimi a un altro bambino o un ragazzo della mia età ma che io proprio non digerivo.
Di qui la mia predilezione per la saggistica, soprattutto di Storia ma anche di popoli, viaggi, esplorazioni, luoghi strani.
Aggiungo che fin dalla terza media avevo iniziato a seguire con passione le vicende della politica, soprattutto internazionale.
Il servizio militare mi ha dato l'occasione di leggere o rileggere tutti i romanzi che mi mancavano, e gli esami di abilitazione per la scuola mi hanno costretto a un tour de force non indifferente.
A quel punto, ho scoperto che leggere mi piaceva, solo che dovevo essere io a scegliere; e dai quattordici anni in poi sono stato il Dottor Jekyll e Mister Hyde: romanzi classici come insegnante, narrativa “di genere”, possibilmente genere alto, per il mio divertimento.
Quanto allo scrivere qualcosa di mio, non ci pensavo proprio, almeno di narrativa, perché avevo già cominciato a buttare giù i primi saggi.
Le ragioni di questa repulsione le ho spiegate parecchie volte, ma una delle principali era che, soprattutto al tempo in cui ero ragazzo, odiavo i narratori che chiamavo "spudorati", ossia quelli che approfittano della pagina bianca e della finzione narrativa per spiattellare all'universo intero i loro problemi personali o esistenziali.
Così, quando ho trovato finalmente il coraggio di inventarmi io delle storie anziché limitarmi a leggere quelle degli altri, mi sono orientato verso due generi che mi consentivano un sufficiente distacco, ossia la fantascienza e il romanzo storico: come a dire due modi per allontanarmi nello spazio e nel tempo.
Visto poi che quelle storie tutto sommato mi divertivano e piacevano a qualcuno, ho insistito con questi generi, anche con qualche esito positivo, come è stato per le due volte che ho vinto il Premio Urania.
Probabilmente avrei continuato con il binomio fantascienza-storia, se sulla mia strada non avessi incontrato le premiata ditta Delos Digital, che offriva agli autori un ventaglio di possibilità fra i generi più diversi della letteratura di genere, e uso questa ripetizione consapevolmente. 
Giusto qualche giorno fa, un'intelligenza artificiale mi ha raccomandato di non mettere nel curriculum personale, da inviare a una casa editrice, la mia esperienza di scrittore di genere, rimanendo quindi sul generico, perché persino un solo accenno alla fantascienza avrebbe destinato anche un buon romanzo mainstream al cestino.
Io mi rifiuto di credere che le intelligenze artificiali che valutano i manoscritti siano state addestrate a triturare tutta la fantascienza che passa sotto i loro occhi, se occhi hanno; però è un fatto che, quando uno si trova incastrato nella letteratura di genere, viene sempre guardato con un po' di sospetto.
Un sospetto - mi si consenta di dirlo - del tutto incongruo, in quanto si può benissimo scrivere un racconto di anticipazione o un romanzo storico e vederlo vincere il Nobel per la letteratura.
Ma qui il discorso ci porterebbe lontano.
Ho quindi inviato racconti alla serie che pubblica weird e alla collana di romanzi per ragazzi, poi sono entrato nel mondo del fantasy e dei romanzi di indagine...
Tutto sommato, per uno che ha scritto tante storie d'avventura, offrirsi per una spy story non mi e sembrato neanche tanto strano.
E questa è la mia storia.

giovedì 19 marzo 2026

Iperwriters - Scuola di fumetto


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 88 - Scuola di fumetto

Venerdì, ore 13. Come dicevo, alle soglie del secondo millennio le accademie di fumetto e le scuole per sceneggiatori immettevano sul mercato vagoni di aspiranti fumettisti. Erano i figli di quelli che (pur dotati di istruzione universitaria) confondevano la sceneggiatura con la scenografia. Certamente, il mestiere di sceneggiatore era mooolto appetibile: così creatiiiiivo, così appagaaaante, così diverteeeeente!!!
Ma la grande editoria a fumetti era in sofferenza. Restavano le roccaforti, molto ambite, della Disney Italia e di Sergio Bonelli Editore. A meno di poter espatriare in America o in Giappone, reami fiabeschi delle nuvole parlanti.
La Disney Italia, dopo un decennio di forte espansione, e Bonelli, passato il boom di Dylan Dog, risentivano di un calo di vendite, come del resto le collane Mondadori di fiction da edicola. La caduta libera de Il Giallo Mondadori è parallela (e si spiega) con l'ascesa del giallo “raffinato” che appariva in libreria. Ogni editore lanciava e sosteneva il suo giallista o noirista di punta, e il pubblico seguiva questa moda, abbandonando le più “rozze” e “semplici” pubblicazioni seriali.
Nel caso del fumetto credo si sia verificato lo stesso passaggio, in modo meno evidente, più sotterraneo, impalpabile, ma con analoghi risultati: dalle edicole (che peraltro oggi sono falcidiate anche come luoghi fisici di vendita) alle fumetterie d'élite e alle fiere per un popolo di collezionisti e appassionati.
Le mie esperienze personali mi lanciavano continui segnali d'allarme. Registravo, per esempio, la tendenza ad agglomerare il lavoro in terribili brainstorming, che per me erano schiacciamenti e spremute di talenti, costitutivi dell'attuale AI. E la tendenza a incanalare i generi di fiction in regole sacre e inviolabili, a cancellare ogni impulso di originalità, stile, peculiarità di immaginario e linguaggio a favore di una omologazione dei prodotti allo scopo di fidelizzare un pubblico che peraltro progressivamente si allontanava sempre di più.
Tutto doveva essere pensato e fatto in gruppo, o da una sola persona tenuta a esprimersi come un gruppo, o da più persone tenute a esprimersi come una sola persona che serviva un target di destinazione.
Ora, io non avevo problemi a clonare strutture e linguaggi. Ma l'idea di far parte di un gruppo di lavoro mi angosciava.

("Gruppo di lavoro", immagine realizzata mediante AI, ça va sans dire)

venerdì 6 marzo 2026

Iperwriters - Il lungo addio alle nuvole parlanti


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 87 - Il lungo addio alle nuvole parlanti

Venerdì, ore 13. Mentre mi sto affannando a dare il mio modesto contributo alla letteratura italiacana, continuo a guadagnarmi da vivere scrivendo fumetti. Ma nel mondo delle nuvole parlanti le cose stanno cambiando: si affacciano nubi di tempesta (per alcuni) e nubi cariche d'oro (per altri).
Recentemente ho letto interventi e dibattiti sul passaggio dal fumetto come intrattenimento popolare al fumetto d'élite, la graphic novel assimilata ai prodotti delle letterature “alte”. La stessa transizione per cui è passato il giallo/noir/thriller, con le dovute differenze.
Un fenomeno che ha accompagnato e rispecchiato il mutamento sociale in corso negli ultimi decenni del Novecento: contrazione del mercato, concentrazione della promozione su una intellighenzia pomposa, cazzeggiante e arrogante, ed emarginazione di tutto il resto. I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.
Questo fenomeno, io l'ho attraversato. Più o meno consapevole degli avvenimenti in corso, ma sempre fiutando la brutta aria che tirava .
Vedevo con sospetto corsi di scrittura creativa e corsi di sceneggiatura per film e fumetti in un contesto da sempre in crisi e ora al collasso. Plotoni di gente nutrita di belle speranze, pronta a piantare trionfalmente la bandierina sul proprio pezzo di terra, come coloni di un nuovo mondo. Ma il mondo era vecchio, e le poche terre fruttifere già occupate. Dove mai avrebbero lavorato, se gli editori chiudevano e l'inflazione di scrittori/sceneggiatori faceva crollare il valore del loro stesso lavoro?
Vedevo con sospetto le presentazioni di libri. Credo di aver assistito alle ultime presentazioni prestigiose e in grado di suscitare interesse all'inizio degli anni Ottanta. Poi, quando ha cominciato a presentare l'amico del cugino del cognato del vicino di casa, il pubblico si è giustamente allontanato. Vedevo con sospetto la microeditoria che lanciava libri destinati a sparire e poi spariva, in un flusso incessante di quella che in un'intervista definivo polvere creativa sparsa.
Ma il fumetto ha resistito più a lungo della narrativa, e io ho continuato a lavorare finché non sono uscita dall'ingranaggio, o meglio l'ingranaggio è franato. Ho smesso di sceneggiare istantaneamente, ma l'addio alle nuvole parlanti è stato lungo.

(Immagine: fumetti senza nuvole parlanti, da un fotogramma del film Fahrenheit 451 di François Truffaut, tratto dall'omonimo romanzo di Ray Bradbury)

mercoledì 4 marzo 2026

Miss Security - Intervista a una bodyguard donna

Immagine generata mediante AI

Intervista di Denise Jane Antonietti
(con la collaborazione di A. C. Cappi) 

Se per voi l'immagine della "guardia del corpo" è quella di un individuo robusto, vestito come "le Iene" di Tarantino, riconoscibile da occhiali neri, auricolare e fondina ascellare, forse vi stupirete scoprendo che a svolgere questo mestiere può anche essere una donna. Appena concluse le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, abbiamo avuto l'occasione di intervistare M. - che per motivi di discrezione preferisce mantenere l'anonimato - reduce da un delicato servizio di sicurezza in quei giorni.

Ciao M.! Grazie per aver accettato la nostra intervista. Prima domanda: raccontaci un po' del tuo lavoro, e come ci sei approdata: era il tuo sogno fin da bambina? Che cosa ti ha portato a questa scelta di carriera?

Ciao e grazie a voi!
Devo fare subito una precisazione: questo non è il mio unico lavoro, né qualcosa che potrei definire carriera.
Per dirla tutta, io non ho una carriera, un percorso lavorativo lineare, quanto piuttosto una serie di attività che svolgo a ritmo più o meno cadenzato. Non sono mai riuscita a inquadrarmi in una routine quotidiana standardizzata, per quanto abbia tentato, per diversi anni.
Si tratta piuttosto di servizi sporadici, per i quali servono disponibilità con preavvisi brevissimi e durante festività, un'ottima conoscenza della lingua inglese (e magari di altre lingue straniere), abilità di varia natura (sapere sciare, nuotare, cavalcare), capacità di reggere turni estenuanti anche di 17 o 18 ore al giorno, e di farlo, quando la situazione lo richiede, anche senza l'accesso a servizi igienici o cibo.
Diciamo che sicuramente serve grande resistenza fisica.
E devo ammettere che non è nemmeno qualcosa che ho scelto, quanto piuttosto un'opportunità che ho colto quando mi si è presentata.

Che iter bisogna seguire per arrivare al tuo profilo professionale? E' indispensabile avere un background nelle forze armate/di polizia?

Il background militare è utile, ma non indispensabile, come la pratica di arti marziali o tecniche di difesa personale: il concetto di security include molti servizi diversi, in cui possono essere ricercate diverse figure, dalla vera e propria bodyguard armata, fino al personale che sorveglia strutture in orario di chiusura.
In genere, in questo ambiente si arriva perché si conosce qualcuno che lavora già all'interno, e man mano ci si specializza acquisendo le competenze più spendibili, secondo il tipo di servizi che vengono più frequentemente offerti, dal primo soccorso alle tecniche di sopravvivenza, dal salvataggio in acqua alle discipline di combattimento.
Esistono poi dei corsi di formazione specifici, propedeutici, ma non indispensabili: i migliori colleghi che ho avuto hanno infatti imparato sul campo. Se non hai una naturale predisposizione e resistenza, non c'è corso che possa attrezzarti.

La close-protection, come anche tutti gli altri impieghi di ambito militare e paramilitare, sono considerati, quantomeno nella percezione comune, come ambienti prettamente maschili. Qual è stata la tua esperienza in questo senso?

Certamente l'ambiente è a maggioranza maschile: le figure femminili vengono appositamente ricercate su richiesta del cliente, in specifici casi, e restano una percentuale molto più bassa.
Spesso governanti e diplomatici dei paesi musulmani, per esempio, vogliono un "filtro" per le donne, le quali non si sentirebbero a loro agio circondate da personale esclusivamente maschile.
Oppure, come nel caso delle recenti Olimpiadi, certi gruppi di atlete desideravano espressamente mandare un messaggio di inclusività, circondandosi di addetti/e alla sicurezza maschi e femmine.

Quando non siete "sul campo", come si svolgono le vostre giornate? Che tipo di lavoro preliminare si fa prima dell'inizio di un incarico?

Quando i servizi vengono commissionati, la preparazione indispensabile prevede i sopralluoghi dettagliati sul teatro delle operazioni: vanno valutati i punti di drop in/drop off dei target, i mezzi di trasporto, la loro grandezza e le manovre possibili, nonché le vie di percorrenza, le location degli eventi, con le entrate/uscite e tutti gli accessi. È fondamentale avere una conoscenza empirica dei luoghi operativi.
Una volta ispezionati e valutati con il massimo dell'attenzione, si stabiliscono le aree da coprire e il ruolo di ogni collega, secondo il piano di spostamenti programmato. Quando c'è.
Il lavoro preparatorio è sicuramente una delle fasi più importanti: se fatto meticolosamente garantisce un servizio quanto più fluido possibile e la possibilità di gestire al meglio problemi di qualsivoglia natura.

Grazie per la tua testimonianza, M. E in bocca al lupo per il tuo prossimo incarico.

venerdì 20 febbraio 2026

iperwriters - Le fiere delle mie vanità

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 86 - Le fiere della mia vanità


Venerdì, ore 13. Vi ricordate la pubblicità dell'autopubblicazione apparsa nel nuovo millennio su treni e autobus?
Ha cambiato tutto: editoria, industria culturale e perfino la Fiera del libro di Torino. Ricordo ancora l'emozione provata la prima volta in cui ho partecipato come autore. Presento una copia di Schiavo e padrona all'accettazione e Max presenta un suo contratto di edizione come traduttore. Abbiamo i nostri lasciapassare per l'ingresso gratuito, e avremmo continuato a riceverli per qualche anno al nostro indirizzo di casa.
Oggi non è più così. Per entrare si paga, a meno di essere organizzatori o partecipanti a eventi e presentazioni. E un “comune” scrittore privo di notorietà difficilmente si trova in questa posizione. Non esiste più differenza fra pubblicato e autopubblicato.
Quella prima volta ero un'ignota, come lo ero sempre stata visitando la Fiera, e guardavo sgomenta la gente che correva in massa a vedere i personaggi televisivi. Ma ero almeno nello stand di Tropea, e mi sentivo sulla rampa di lancio verso il sol dell'avvenire.
Anno dopo anno, questo sole è impallidito lasciandomi ignota, su una rampa che somigliava sempre più a quella di una giostra di luna park, fra molti competitori da autoscontro e un'atmosfera di maligno snobismo. E ogni volta che ho partecipato alla Fiera del libro di Torino, ho sempre sofferto crudelmente. Certo, me lo meritavo, certo. La mia vanità doveva essere punita.
Certo, il mondo non aspettava i miei capolavori. Ma poteva almeno riconoscermi il merito dei miei lavoretti. Mi lasciava sempre esterrefatta constatare che nessuno si accorgesse della loro originalità. Quando invece, se io fossi stata quello che non ero (un editore o cacciatore di teste), avrei cercato solo innovazione, sperimentazione e volontà di raccontare il mondo al mondo, sia pure sotto metafora.
L'esperimento Tropea era stata un'amara delusione. Per me e per lui che (l'ho saputo da fonti esterne) aveva contato di guadagnare parecchi soldi investendo su di me.
Max mi diceva che Tropea mi stava facendo perdere del tempo, degli anni. Io gli rispondevo che al di fuori di lui non c'era un editore per me.
I fatti mi avrebbero dato ragione.

(Immagine realizzata mediante AI)


Iperwriters - Il crepuscolo dei non-dei

Iperwriters - Editoriale di  Claudia Salvatori Letteratura italiacana - 90 - Il crepuscolo dei non-dei Venerdì, ore 13. All'uscita di Su...