mercoledì 25 marzo 2026

Spy Game incontra Alberto Costantini


Nell'ambito degli incontri con autori e autrici della collana in ebook Spy Game - Storie della Guerra Fredda di Delos Digital, oggi parliamo con Alberto Costantini.
Scopriamo i segreti di un autore che spazia dalla saggistica al fantastico, ma ha sempre tenuto d'occhio la spy story, fino a entrarci a pieno titolo con Missione Iraq, un romanzo in tre parti pubblicate rispettivamente nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026.

SG: Parlaci di Missione Iraq, pubblicata in tre uscite consecutive di Spy Game, la collana fondata dal maestro della spy story italiana Stefano Di Marino.

AC: Se è vero, come diceva Oscar Wilde, che “perdere un genitore può essere considerata una disgrazia; perderli entrambi è segno di trascuratezza”, anche perdere una spia da qualche parte in Medio Oriente non è uno scherzo, soprattutto se questa era stata intrufolata ai tempi del Duce e ancora negli anni Ottanta era operativa, nonché al centro di vicende molto, molto delicate.
Bene. Per cercarne le tracce (o rassegnarsi alla sua dipartita), occorre una copertura convincente; niente di meglio, quindi, che affiancare una donna iraqena - che da anni vive in Italia e lavora per i Servizi - ad Andrea, archeologo che ha partecipato a numerose campagne di scavo, con la perfetta, giustificata copertura di dover ispezionare un sito presumibilmente danneggiato nella dura guerra Iran-Iraq.
I due, via Tunisi e Amman, raggiungono l’Iraq, dove Andrea riprende il contatto con gli archeologi locali. Il sito risulta sul serio danneggiato, ma emergono comunque reperti che non erano stati individuati in precedenza.
Anna intanto svolge con discrezione le sue indagini…


SG: Missione Iraq rappresenta (ma se sbagliamo, correggici!) il tuo esordio ufficiale nella narrativa di spionaggio. Cosa ti ha portato a questo genere?

AC: È vero, ma tanto nei romanzi di fantascienza come in quelli storici e di avventura, di missioni non troppo diverse ne avevo già messa in campo più di una.
Qualche esempio. In Stella cadente (Premio Urania 2006), nel terzo episodio una spia americana viene paracadutata per indagare su certi strani scavi operati dai nazisti nel Norditalia, e nei romanzi La guerra dei Multimondi e L’Eresia del Multiverso gli agenti operano addirittura in un universo parallelo.
Ma Napoleone è morto ad Arcole? vede la protagonista, una spia veneta del XVIII secolo al soldo degli Inquisitori di Stato, spedita nel nostro tempo con una delicatissima missione.
Nell’ucronico Il cratere ove gorgoglia il tempo un gruppo di soldati e studiosi è incaricato di dipanare un bel mistero “scoppiato” (letteralmente) in zona nemica.
Passando ai romanzi storici, ne I Figli del Leone il giovane romano Marco deve relazionare la Repubblica sullo stato delle mura e delle difese di Cartagine, e in Attila, il Principe delle Locuste, il protagonista è un ufficiale romano specializzato nell’infiltrarsi fra i barbari.
È altresì vero che Missione Iraq è il mio primo romanzo inserito in una collana di storie di spie.

In questa vicenda, dimostri di conoscere bene il genere spionistico. Quali sono le tue esperienze come lettore o spettatore di storie di spionaggio?

Naturalmente, come tutti, ho visto dozzine di film, e come molti ho letto i classici dello spionaggio, oltre a qualche storia un po’ dozzinale, compresi ovviamente i romanzi di spionaggio-fantascienza, spionaggio-fantapolitica eccetera.
Aggiungo che fin da bambino adoravo leggere saggi di storia, soprattutto del Novecento, e mi sono appassionato alle vicende in cui spie alleate, comuniste o naziste hanno cercato di dare una svolta alla guerra, qualche volta persino riuscendoci.
Una volta deciso di cimentarmi in una spy-story senza più commistioni o simbiosi, sono partito da quello che conoscevo.
Ho insegnato per trentasette anni, quindi niente di strano se il protagonista è un docente. Ho studiato Lettere Antiche, quindi il nostro insegnate delle Medie è altresì uno storico o un archeologo. A questo punto, meglio un archeologo, e la copertura era pronta.
Avevo appena finito di rileggere il volume dedicato da De Felice all’Italia fascista durante la Guerra, comprese certe operazioni diplomatiche, ideologiche e militari in Medio Oriente. Quindi, la scelta è caduta sull’Iraq.
Da ultimo, avevo letto un saggio sul famoso “Lodo Moro”, che peraltro fu faccenda molto più complicata e prolungata nel tempo.
Ora gli ingredienti c’erano tutti; serviva soltanto una storia che reggesse il gioco narrativo.
Naturalmente, una volta impostata la trama, mi sono documentato sugli aspetti specifici e mi dispiace se a quel tempo (otto mesi fa, mica tanto) ignoravo l’esistenza di un Copilot che mi avrebbe reso la ricerca dei luoghi, dei tempi e degli eventi molto più facile.


SG: Raccontaci il tuo percorso come scrittore tra saggi a narrativa di genere.

AC: La mia è una storia bella e istruttiva, tant'è vero che la racconto in tutte le occasioni, aggiungendovi via via sempre qualche nuovo particolare.
Da bambino non sono stato il classico appassionato di romanzi che a dodici anni scrive il primo racconto e a tredici inizia a tormentare i professori perché leggano il suo giovanile capolavoro.
Dirò anzi di più e di peggio: ero il classico ragazzino non lettore, ma la colpa non era tutta mia, bensì di scelte infelici su cosa mettermi in mano; per meglio dire: di libri che sarebbero stati adattissimi a un altro bambino o un ragazzo della mia età ma che io proprio non digerivo.
Di qui la mia predilezione per la saggistica, soprattutto di Storia ma anche di popoli, viaggi, esplorazioni, luoghi strani.
Aggiungo che fin dalla terza media avevo iniziato a seguire con passione le vicende della politica, soprattutto internazionale.
Il servizio militare mi ha dato l'occasione di leggere o rileggere tutti i romanzi che mi mancavano, e gli esami di abilitazione per la scuola mi hanno costretto a un tour de force non indifferente.
A quel punto, ho scoperto che leggere mi piaceva, solo che dovevo essere io a scegliere; e dai quattordici anni in poi sono stato il Dottor Jekyll e Mister Hyde: romanzi classici come insegnante, narrativa “di genere”, possibilmente genere alto, per il mio divertimento.
Quanto allo scrivere qualcosa di mio, non ci pensavo proprio, almeno di narrativa, perché avevo già cominciato a buttare giù i primi saggi.
Le ragioni di questa repulsione le ho spiegate parecchie volte, ma una delle principali era che, soprattutto al tempo in cui ero ragazzo, odiavo i narratori che chiamavo "spudorati", ossia quelli che approfittano della pagina bianca e della finzione narrativa per spiattellare all'universo intero i loro problemi personali o esistenziali.
Così, quando ho trovato finalmente il coraggio di inventarmi io delle storie anziché limitarmi a leggere quelle degli altri, mi sono orientato verso due generi che mi consentivano un sufficiente distacco, ossia la fantascienza e il romanzo storico: come a dire due modi per allontanarmi nello spazio e nel tempo.
Visto poi che quelle storie tutto sommato mi divertivano e piacevano a qualcuno, ho insistito con questi generi, anche con qualche esito positivo, come è stato per le due volte che ho vinto il Premio Urania.
Probabilmente avrei continuato con il binomio fantascienza-storia, se sulla mia strada non avessi incontrato le premiata ditta Delos Digital, che offriva agli autori un ventaglio di possibilità fra i generi più diversi della letteratura di genere, e uso questa ripetizione consapevolmente. 
Giusto qualche giorno fa, un'intelligenza artificiale mi ha raccomandato di non mettere nel curriculum personale, da inviare a una casa editrice, la mia esperienza di scrittore di genere, rimanendo quindi sul generico, perché persino un solo accenno alla fantascienza avrebbe destinato anche un buon romanzo mainstream al cestino.
Io mi rifiuto di credere che le intelligenze artificiali che valutano i manoscritti siano state addestrate a triturare tutta la fantascienza che passa sotto i loro occhi, se occhi hanno; però è un fatto che, quando uno si trova incastrato nella letteratura di genere, viene sempre guardato con un po' di sospetto.
Un sospetto - mi si consenta di dirlo - del tutto incongruo, in quanto si può benissimo scrivere un racconto di anticipazione o un romanzo storico e vederlo vincere il Nobel per la letteratura.
Ma qui il discorso ci porterebbe lontano.
Ho quindi inviato racconti alla serie che pubblica weird e alla collana di romanzi per ragazzi, poi sono entrato nel mondo del fantasy e dei romanzi di indagine...
Tutto sommato, per uno che ha scritto tante storie d'avventura, offrirsi per una spy story non mi e sembrato neanche tanto strano.
E questa è la mia storia.

giovedì 19 marzo 2026

Iperwriters - Scuola di fumetto


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 88 - Scuola di fumetto

Venerdì, ore 13. Come dicevo, alle soglie del secondo millennio le accademie di fumetto e le scuole per sceneggiatori immettevano sul mercato vagoni di aspiranti fumettisti. Erano i figli di quelli che (pur dotati di istruzione universitaria) confondevano la sceneggiatura con la scenografia. Certamente, il mestiere di sceneggiatore era mooolto appetibile: così creatiiiiivo, così appagaaaante, così diverteeeeente!!!
Ma la grande editoria a fumetti era in sofferenza. Restavano le roccaforti, molto ambite, della Disney Italia e di Sergio Bonelli Editore. A meno di poter espatriare in America o in Giappone, reami fiabeschi delle nuvole parlanti.
La Disney Italia, dopo un decennio di forte espansione, e Bonelli, passato il boom di Dylan Dog, risentivano di un calo di vendite, come del resto le collane Mondadori di fiction da edicola. La caduta libera de Il Giallo Mondadori è parallela (e si spiega) con l'ascesa del giallo “raffinato” che appariva in libreria. Ogni editore lanciava e sosteneva il suo giallista o noirista di punta, e il pubblico seguiva questa moda, abbandonando le più “rozze” e “semplici” pubblicazioni seriali.
Nel caso del fumetto credo si sia verificato lo stesso passaggio, in modo meno evidente, più sotterraneo, impalpabile, ma con analoghi risultati: dalle edicole (che peraltro oggi sono falcidiate anche come luoghi fisici di vendita) alle fumetterie d'élite e alle fiere per un popolo di collezionisti e appassionati.
Le mie esperienze personali mi lanciavano continui segnali d'allarme. Registravo, per esempio, la tendenza ad agglomerare il lavoro in terribili brainstorming, che per me erano schiacciamenti e spremute di talenti, costitutivi dell'attuale AI. E la tendenza a incanalare i generi di fiction in regole sacre e inviolabili, a cancellare ogni impulso di originalità, stile, peculiarità di immaginario e linguaggio a favore di una omologazione dei prodotti allo scopo di fidelizzare un pubblico che peraltro progressivamente si allontanava sempre di più.
Tutto doveva essere pensato e fatto in gruppo, o da una sola persona tenuta a esprimersi come un gruppo, o da più persone tenute a esprimersi come una sola persona che serviva un target di destinazione.
Ora, io non avevo problemi a clonare strutture e linguaggi. Ma l'idea di far parte di un gruppo di lavoro mi angosciava.

("Gruppo di lavoro", immagine realizzata mediante AI, ça va sans dire)

venerdì 6 marzo 2026

Iperwriters - Il lungo addio alle nuvole parlanti


Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 87 - Il lungo addio alle nuvole parlanti

Venerdì, ore 13. Mentre mi sto affannando a dare il mio modesto contributo alla letteratura italiacana, continuo a guadagnarmi da vivere scrivendo fumetti. Ma nel mondo delle nuvole parlanti le cose stanno cambiando: si affacciano nubi di tempesta (per alcuni) e nubi cariche d'oro (per altri).
Recentemente ho letto interventi e dibattiti sul passaggio dal fumetto come intrattenimento popolare al fumetto d'élite, la graphic novel assimilata ai prodotti delle letterature “alte”. La stessa transizione per cui è passato il giallo/noir/thriller, con le dovute differenze.
Un fenomeno che ha accompagnato e rispecchiato il mutamento sociale in corso negli ultimi decenni del Novecento: contrazione del mercato, concentrazione della promozione su una intellighenzia pomposa, cazzeggiante e arrogante, ed emarginazione di tutto il resto. I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.
Questo fenomeno, io l'ho attraversato. Più o meno consapevole degli avvenimenti in corso, ma sempre fiutando la brutta aria che tirava .
Vedevo con sospetto corsi di scrittura creativa e corsi di sceneggiatura per film e fumetti in un contesto da sempre in crisi e ora al collasso. Plotoni di gente nutrita di belle speranze, pronta a piantare trionfalmente la bandierina sul proprio pezzo di terra, come coloni di un nuovo mondo. Ma il mondo era vecchio, e le poche terre fruttifere già occupate. Dove mai avrebbero lavorato, se gli editori chiudevano e l'inflazione di scrittori/sceneggiatori faceva crollare il valore del loro stesso lavoro?
Vedevo con sospetto le presentazioni di libri. Credo di aver assistito alle ultime presentazioni prestigiose e in grado di suscitare interesse all'inizio degli anni Ottanta. Poi, quando ha cominciato a presentare l'amico del cugino del cognato del vicino di casa, il pubblico si è giustamente allontanato. Vedevo con sospetto la microeditoria che lanciava libri destinati a sparire e poi spariva, in un flusso incessante di quella che in un'intervista definivo polvere creativa sparsa.
Ma il fumetto ha resistito più a lungo della narrativa, e io ho continuato a lavorare finché non sono uscita dall'ingranaggio, o meglio l'ingranaggio è franato. Ho smesso di sceneggiare istantaneamente, ma l'addio alle nuvole parlanti è stato lungo.

(Immagine: fumetti senza nuvole parlanti, da un fotogramma del film Fahrenheit 451 di François Truffaut, tratto dall'omonimo romanzo di Ray Bradbury)

mercoledì 4 marzo 2026

Miss Security - Intervista a una bodyguard donna

Immagine generata mediante AI

Intervista di Denise Jane Antonietti
(con la collaborazione di A. C. Cappi) 

Se per voi l'immagine della "guardia del corpo" è quella di un individuo robusto, vestito come "le Iene" di Tarantino, riconoscibile da occhiali neri, auricolare e fondina ascellare, forse vi stupirete scoprendo che a svolgere questo mestiere può anche essere una donna. Appena concluse le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, abbiamo avuto l'occasione di intervistare M. - che per motivi di discrezione preferisce mantenere l'anonimato - reduce da un delicato servizio di sicurezza in quei giorni.

Ciao M.! Grazie per aver accettato la nostra intervista. Prima domanda: raccontaci un po' del tuo lavoro, e come ci sei approdata: era il tuo sogno fin da bambina? Che cosa ti ha portato a questa scelta di carriera?

Ciao e grazie a voi!
Devo fare subito una precisazione: questo non è il mio unico lavoro, né qualcosa che potrei definire carriera.
Per dirla tutta, io non ho una carriera, un percorso lavorativo lineare, quanto piuttosto una serie di attività che svolgo a ritmo più o meno cadenzato. Non sono mai riuscita a inquadrarmi in una routine quotidiana standardizzata, per quanto abbia tentato, per diversi anni.
Si tratta piuttosto di servizi sporadici, per i quali servono disponibilità con preavvisi brevissimi e durante festività, un'ottima conoscenza della lingua inglese (e magari di altre lingue straniere), abilità di varia natura (sapere sciare, nuotare, cavalcare), capacità di reggere turni estenuanti anche di 17 o 18 ore al giorno, e di farlo, quando la situazione lo richiede, anche senza l'accesso a servizi igienici o cibo.
Diciamo che sicuramente serve grande resistenza fisica.
E devo ammettere che non è nemmeno qualcosa che ho scelto, quanto piuttosto un'opportunità che ho colto quando mi si è presentata.

Che iter bisogna seguire per arrivare al tuo profilo professionale? E' indispensabile avere un background nelle forze armate/di polizia?

Il background militare è utile, ma non indispensabile, come la pratica di arti marziali o tecniche di difesa personale: il concetto di security include molti servizi diversi, in cui possono essere ricercate diverse figure, dalla vera e propria bodyguard armata, fino al personale che sorveglia strutture in orario di chiusura.
In genere, in questo ambiente si arriva perché si conosce qualcuno che lavora già all'interno, e man mano ci si specializza acquisendo le competenze più spendibili, secondo il tipo di servizi che vengono più frequentemente offerti, dal primo soccorso alle tecniche di sopravvivenza, dal salvataggio in acqua alle discipline di combattimento.
Esistono poi dei corsi di formazione specifici, propedeutici, ma non indispensabili: i migliori colleghi che ho avuto hanno infatti imparato sul campo. Se non hai una naturale predisposizione e resistenza, non c'è corso che possa attrezzarti.

La close-protection, come anche tutti gli altri impieghi di ambito militare e paramilitare, sono considerati, quantomeno nella percezione comune, come ambienti prettamente maschili. Qual è stata la tua esperienza in questo senso?

Certamente l'ambiente è a maggioranza maschile: le figure femminili vengono appositamente ricercate su richiesta del cliente, in specifici casi, e restano una percentuale molto più bassa.
Spesso governanti e diplomatici dei paesi musulmani, per esempio, vogliono un "filtro" per le donne, le quali non si sentirebbero a loro agio circondate da personale esclusivamente maschile.
Oppure, come nel caso delle recenti Olimpiadi, certi gruppi di atlete desideravano espressamente mandare un messaggio di inclusività, circondandosi di addetti/e alla sicurezza maschi e femmine.

Quando non siete "sul campo", come si svolgono le vostre giornate? Che tipo di lavoro preliminare si fa prima dell'inizio di un incarico?

Quando i servizi vengono commissionati, la preparazione indispensabile prevede i sopralluoghi dettagliati sul teatro delle operazioni: vanno valutati i punti di drop in/drop off dei target, i mezzi di trasporto, la loro grandezza e le manovre possibili, nonché le vie di percorrenza, le location degli eventi, con le entrate/uscite e tutti gli accessi. È fondamentale avere una conoscenza empirica dei luoghi operativi.
Una volta ispezionati e valutati con il massimo dell'attenzione, si stabiliscono le aree da coprire e il ruolo di ogni collega, secondo il piano di spostamenti programmato. Quando c'è.
Il lavoro preparatorio è sicuramente una delle fasi più importanti: se fatto meticolosamente garantisce un servizio quanto più fluido possibile e la possibilità di gestire al meglio problemi di qualsivoglia natura.

Grazie per la tua testimonianza, M. E in bocca al lupo per il tuo prossimo incarico.

venerdì 20 febbraio 2026

iperwriters - Le fiere delle mie vanità

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Letteratura italiacana - 86 - Le fiere della mia vanità


Venerdì, ore 13. Vi ricordate la pubblicità dell'autopubblicazione apparsa nel nuovo millennio su treni e autobus?
Ha cambiato tutto: editoria, industria culturale e perfino la Fiera del libro di Torino. Ricordo ancora l'emozione provata la prima volta in cui ho partecipato come autore. Presento una copia di Schiavo e padrona all'accettazione e Max presenta un suo contratto di edizione come traduttore. Abbiamo i nostri lasciapassare per l'ingresso gratuito, e avremmo continuato a riceverli per qualche anno al nostro indirizzo di casa.
Oggi non è più così. Per entrare si paga, a meno di essere organizzatori o partecipanti a eventi e presentazioni. E un “comune” scrittore privo di notorietà difficilmente si trova in questa posizione. Non esiste più differenza fra pubblicato e autopubblicato.
Quella prima volta ero un'ignota, come lo ero sempre stata visitando la Fiera, e guardavo sgomenta la gente che correva in massa a vedere i personaggi televisivi. Ma ero almeno nello stand di Tropea, e mi sentivo sulla rampa di lancio verso il sol dell'avvenire.
Anno dopo anno, questo sole è impallidito lasciandomi ignota, su una rampa che somigliava sempre più a quella di una giostra di luna park, fra molti competitori da autoscontro e un'atmosfera di maligno snobismo. E ogni volta che ho partecipato alla Fiera del libro di Torino, ho sempre sofferto crudelmente. Certo, me lo meritavo, certo. La mia vanità doveva essere punita.
Certo, il mondo non aspettava i miei capolavori. Ma poteva almeno riconoscermi il merito dei miei lavoretti. Mi lasciava sempre esterrefatta constatare che nessuno si accorgesse della loro originalità. Quando invece, se io fossi stata quello che non ero (un editore o cacciatore di teste), avrei cercato solo innovazione, sperimentazione e volontà di raccontare il mondo al mondo, sia pure sotto metafora.
L'esperimento Tropea era stata un'amara delusione. Per me e per lui che (l'ho saputo da fonti esterne) aveva contato di guadagnare parecchi soldi investendo su di me.
Max mi diceva che Tropea mi stava facendo perdere del tempo, degli anni. Io gli rispondevo che al di fuori di lui non c'era un editore per me.
I fatti mi avrebbero dato ragione.

(Immagine realizzata mediante AI)


lunedì 16 febbraio 2026

"Il Mago del Cremlino": c'era una volta dopo l'URSS


Recensione di Andrea Carlo Cappi

Trovo curioso che in Italia siano usciti lo stesso giorno, il 12 febbraio 2026, due film che parlano di Russia, ancorché in due epoche diverse: il 1937 in Due procuratori (capolavoro di cui ho già pubblicato qui la recensione) e il periodo 1991-2019 nell'interessante Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin (Le Mage du Kremlin), di Olivier Assayas, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e distribuito in Francia il 21 gennaio di quest'anno. Il film si basa sul romanzo Il Mago del Cremlino (Le Mage du Kremlin nell'edizione originale francese), esordio in narrativa del saggista italiano Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022. Non avendo letto il libro, faccio riferimento alla versione cinematografica di produzione francese, sceneggiata dal regista e dallo scrittore Emmanuel Carrère, girata in inglese con esterni in Lettonia.
Come sottolinea un disclaimer iniziale, si tratta di fiction, anche se alcuni personaggi sono reali - con tanto di nome e cognome - e altri sono liberamente ispirati a persone esistenti, in particolare l'immaginario protagonista Vadim Baranov, (l'attore Paul Dano) che riprende però aspetti biografici e affermazioni pubbliche del suo ispiratore nella realtà: Vladislav Surkov, consigliere personale di Vladimir Putin dal 1999 al 2020. In un certo senso, a sottolineare che non si tratta di una ricostruzione documentaristica ma di un film destinato al grande pubblico globale sono alcuni dettagli come il "gobbo" da cui Eltsin legge il suo discorso o la lettera di Berezovskij, visibilmente in inglese quando dovrebbero essere in russo; il che richiama insegne e cartelli volutamente in inglese nella Russia postrivoluzionaria de Il mistero delle dodici sedie di Mel Brooks. Il risultato, con la raffigurazione tra finzione e realtà di un potere gestito con metodi mafiosi, ricorda la saga cinematografica de Il Padrino. E a me personalmente evoca i retroscena dei miei romanzi di spionaggio, in cui tuttavia sono solito presentare i personaggi "veri" senza menzionarne esplicitamente i nomi.
Il film si apre con la voce fuori campo del narratore, il personaggio fittizio del saggista statunitense Rowland (un sempre gradito Jeffrey Wright) che nel 2019 torna a Mosca per scrivere una biografia dello scrittore Evgenij Zamjatin: è il comune interesse per questo autore a farlo invitare da Vadim Baranov, che in passato ne ha adattato al teatro il romanzo distopico Noi. Sicché l'americano viene accompagnato in macchina alla residenza fuori città dell'uomo noto come "il Mago del Cremlino", da qualche tempo ritiratosi a vita privata. Baranov racconta all'ospite la propria storia, partendo dalla Mosca anni '90, dopo la perestrojka e la fine dell'Unione Sovietica, durante la presidenza di Boris Eltsin: un'epoca in cui la gioventù russa vive libertà e trasgressione, ma il mercato neocapitalista è gestito da avventurieri e gangster, in un clima che tra sparatorie e tritolo somiglia a quello degli USA durante il Proibizionismo. La storia procede quindi attraverso vari flashback, intervallati dalle conversazioni tra il protagonista e il suo ospite nel 2019.

Baranov, divenuto produttore di reality show per un canale tv, si vede soffiare la fidanzata Xenja (intepretata da Alicia Wykander) dall'amico "imprenditore" Dmitrij Sidorov, ispirato alla figura reale di Mikhail Chodorkowsij. Ma riceve una proposta d'affari dall'arrivista Boris Berezovskij, vicino all'ormai malandato presidente Boris Eltsin: il giovane produttore potrebbe passare da fabbricare la "realtà" televisiva a costruire quella del Cremlino, dando una mano a creare l'immagine di un nuovo leader che prenda il posto di Eltsin alla testa della Federazione Russa, Vladimir Putin (interpretato da un impressionante Jude Law, opportunamente truccato e pettinato). E qui si manifesta uno degli aspetti della vicenda su cui sono più dubbioso.
Perché dal film si potrebbe pensare che Putin non abbia particolari ambizioni politiche, finché non gli vengono suggerite da Berezovskij; laddove nella realtà, dopo avere svolto vari ruoli nell'amministrazione pubblica di San Pietroburgo, già dal 1997 ha messo piede in quella presidenziale russa. E si potrebbe ritenere che Berezovskij abbia scelto Putin convinto di poterlo manipolare; ma chiunque sia nato e cresciuto nell'URSS sa benissimo che non si deve scherzare con un ex agente del KGB, il "Comitato per la Sicurezza dello Stato" che dal 1954 al 1991 svolse le funzioni di polizia segreta in patria così come quelle di spionaggio e disinformazione all'estero; specie se costui da fine luglio 1998 è il direttore dell'FSB, il servizio di sicurezza che ha ereditato il ruolo del KGB nella Federazione Russa.
Fatto sta che nel film Putin si mostra più interessato alle teorie di Baranov sul "potere verticale" - in sostanza quello dell'uomo forte che sa sempre cosa fare e dall'alto dirama gli ordini cui tutti devono obbedire - e lo recluta direttamente al proprio servizio, lasciando da parte Berezovskij. Da questo momento Baranov si occupa della gestione del potere come se fosse la creazione di un'opera d'arte, con cinismo assoluto. E, nei dialoghi con l'ospite Rowland, si dimostra a tratti un "narratore inaffidabile", che in certi casi si autoassolve dalle proprie colpe, in altri si nasconde dietro frasi di propaganda o deliberate omissioni, tanto che l'interlocutore gli ricorda le sue gravi responsabilità: per esempio negli attentati a Mosca del settembre 1999 (quasi trecento vittime), attribuiti a terroristi islamici, ma di cui si ritiene invece responsabile l'FSB, allo scopo di spianare la strada all'uomo forte Putin e giustificare la ripresa della guerra in Cecenia, fase iniziale del recupero dell'integrità russa in cima all'agenda del neopresidente.

Benché il film duri oltre due ore e mezza, non può certo contenere tutti gli eventi storici di quasi un trentennio. Vengono omessi inevitabilmente fatti importanti quali la crisi al Teatro Dubrovka di Mosca (in cui nell'ottobre 2002 si asserragliò un commando ceceno chiedendo la fine della guerra), risolta con un'incursione delle forze speciali che tra gas venefico e armi da fuoco uccisero trentatré guerriglieri e centotrenta ostaggi tra cui vari bambini, lasciando altre centinaia di persone innocenti vittime di avvelenamento; l'assassinio a Mosca della giornalista Anna Politovskaja, "colpevole" di critiche al governo (uccisa a colpi di pistola il giorno del compleanno di Putin nel 2006... e varrebbe la pena di notare che ogni tanto succede qualcosa di serio in data 7 ottobre); l'orribile morte a Londra lo stesso anno dell'ex agente del KGB e dell'FSB Aleksandr Litvinenko, avvelenato mediante polonio-210 dopo avere sostenuto le accuse lanciata da Berezowskij sulle responsabilità di Putin negli attentati del 1999 (In quell'occasione altre trecento persone a Londra soffrirono di sintomi dovuti alle radiazioni). Con tutte queste omissioni, viene quasi il sospetto che gli sceneggiatori abbiano preferito glissare su alcune delle responsabilità più gravi dello zar - come viene spesso chiamato nel film - per non doversi trovare a loro volta il polonio nel té.
Ma assistiamo all'affondamento del sommergibile Kursk, il cui equipaggio fu abbandonato al suo destino, scelta presentata però come pragmatica date le scarse probabilità di superstiti; vediamo l'ascesa nel 2004 del fedele ex agente del KGB Igor Sechin alla testa della compagnia petrolifera Rosneft dopo l'arresto di "Dmitirj Sidorov"; viene menzionato il presunto suicidio di Berezovskij (nella realtà tra le prime di una lunga serie di morti sospette di oligarchi cui è seguito un vero boom dal 2022) dopo un vano tentativo di invocare clemenza a Putin; l'entrata in gioco di Evgenij Prigozhin (lo "chef del Cremlino" appartenente alla cricca putiniana di San Pietroburgo) con la sua Internet Research Agency, cui Baranov dà istruzioni su come seminare il caos in Occidente; vediamo il reclutamento di Aleksandr Zaldastanov, capo dei bikers Lupi della Notte, "liberatori" della Crimea mentre si celebrano le Olimpiadi Invernali di Sochi. Tuttavia è sull'Ucraina che il Mago del Cremlino comincia a perdere colpi, allontanandosi dai giochi di potere; persino Xenja, benché da lui recuperata e divenuta madre di sua figlia, sembra essere uscita di scena.
Emerge, almeno sul tema della disinformazione via Internet, la volontà del Cremlino di lasciare che le persone più attente si rendano conto di chi ne tiri i fili, proprio come ostentazione di superiorità: la realtà ci insegna del resto che molte macchinazioni e menzogne evidenti passano inosservate alla folla, pronta ad abbeverarsi proprio ai messaggi più ingannevoli. Forse da questo film è meno evidente che la gestione del potere a Mosca deriva dalla scuola più classica dei servizi segreti sovietici e ricorda quella di Stalin, modello a cui si ricollega dichiaratamente il presidente in carica (al potere da oltre ventisei anni e, grazie a opportune riforme, destinato a restarci a vita). Per esempio, quando si elimina un avversario, l'apparenza può anche essere quella di suicidio, incidente o malattia, ma se si va appena un po' più in profondità si deve poter riconoscere chi sia il mandante, affinché il messaggio sia inequivocabile: chi disobbedisce, commette errori o semplicemente perde i favori del leader non sarà perdonato, come abbiamo visto con la caduta dell'aereo del ribelle Prigozhin e, in questi giorni, con le prove sulla morte per avvelenamento dell'oppositore Navalnij durante la sua detenzione siberiana. La lezione dovrebbe essere: attenti a invocare "l'uomo forte", perché poi diventa impossibile liberarsene e nessuno sarà più al sicuro per parecchio tempo, nemmeno chi l'ha mandato al potere.

Si veda anche la recensione: "Due procuratori": c'era una volta in URSS

domenica 15 febbraio 2026

"Due procuratori": c'era una volta in URSS


Recensione di Andrea Carlo Cappi

Il 12 febbraio 2026 è arrivato nelle sale cinematografiche italiane Due procuratori (Deux Procureurs), ambientato nell'URSS del 1937. Il regista, Sergej Loznitsa, è nato nel 1964 nella Bielorussia sovietica e cresciuto nell'Ucraina sovietica; studente di cinema nella Mosca post-sovietica, dagli anni Duemila risiede in Germania ma rimane tuttora cittadino ucraino. Apprezzato documentarista, ha raccolto per anni immagini d'archivio, che in questo caso gli sono state preziose non solo per ricostruire fedelmente costumi e scenografie, ma anche per scegliere gli interpreti con "le facce giuste" e dare loro indicazioni su movimenti e atteggiamenti. Il risultato è un capolavoro sia dal punto di vista storico, sia sul piano dell'attualità che, inevitabilmente, richiama. Il paese di origine del film risulta essere la Francia, dove Due procuratori è stato presentato a Cannes e distribuito dal 5 novembre 2025, ma in realtà è una coproduzione tra Francia, Germania, Paesi Bassi, Romania, Lettonia e Lituania. Gli interpreti sono russi (attualmente in esilio) o russofoni baltici.
Il soggetto proviene dal romanzo breve Dva prokurora, datato tra il 1969 e il 1974, una delle opere che il fisico russo Georgij Demidov scrisse sulla base delle proprie drammatiche esperienze: arrestato nel 1938 durante le purghe staliniane, prigioniero nei gulag - i campi di lavori forzati in cui i dissidenti veri o presunti venivano detenuti in condizioni disumane - era stato liberato solo nel 1952. Il libro rimase inedito per quarant'anni, malgrado Nikita Kruscev avesse denunciato i crimini del regime stalinista già nel febbraio 1956, a tre anni dalla morte del suo predecessore. Nel 1980 il manoscritto fu sequestrato dal KGB, il "Comitato per la sicurezza dello Stato", attivo dal 1954 al 1991 come servizio sovietico di spionaggio all'estero e repressione del dissenso interno, dai cui ranghi proviene l'attuale presidente russo. Il romanzo fu restituito alla famiglia nel 1988, dopo il decesso di Demidov, durante la perestrojka di Mikhail Gorbachev, e infine pubblicato nel 2009.
La trama parte da una lettera del prigioniero politico Stepnjak (l'attore Aleksandr Filippenko), detenuto a Brjansk. Scampata al rogo sistematico della posta dei carcerati, la missiva (in mancanza di inchiostro, scritta con il sangue) arriva a destinazione presso la Procura locale, nelle mani del giovane Kornev (Aleksandr Kuznetov), che di Stepnjak è stato allievo. Poiché il detenuto richiede un colloquio urgente per fare rivelazioni importanti, il procuratore di fresca nomina si presenta alla prigione, sopporta con tenacia la burocrazia carceraria che cerca di impedire l'incontro e alla fine riesce a farsi portare nella cella del professore. Vi trova un uomo innocente, bolscevico della prima ora, che non avrà molto da vivere dopo le brutali percosse cui è stato sottoposto dai secondini.

Stepniak confida al giovane procuratore che a Brjansk l'NKVD (il "Commissariato popolare per gli Affari interni", di fatto l'antesignano del KGB) sarebbe infiltrato da elementi controrivoluzionari che perseguitano con false accuse i comunisti più fedeli. Animato dalla fede nella giustizia e dall'incrollabile fedeltà allo Stato, Kornev prende il treno per Mosca allo scopo di denunciare il complotto alla Procura generale dell'URSS. Anche qui deve sopportare il boicottaggio della burocrazia, ma con la sua caparbietà ottiene un colloquio con il procuratore generale Andrej Vishinskij (personaggio storico, poi ministro degli esteri dal 1949 fino alla morte di Stalin, interpretato da Anatolij Belyi). Questi, benché sulle prime dubbioso, concede a Kornev l'autorizzazione a svolgere indagini a Brjansk, perché faccia rapporto direttamente alla Procura generale di Mosca. Ciò di cui il giovane magistrato non si rende conto, sinché non sarà troppo tardi, è che tanto lui quanto Stepnjak sono vittime di un tragico inganno: il vero nemico non sono gli ipotetici controrivoluzionari infiltrati, bensì lo stesso sistema sovietico.
Il contesto è appunto quello del regime di Josip Dzugasvili Stalin, dittatore onnipotente e paranoico, ossessionato dal timore di ipotetiche cospirazioni al punto di far arrestare e giustiziare anche le sue stesse persone di fiducia. Ancora non è possibile determinare il numero delle sue vittime tra il 1924 e il 1953: si stimano cifre analoghe a quelle dello sterminio operato dalla Germania nazista, in termini di milioni di morti. L'unica differenza è che, nonostante la somiglianza nei metodi, di quanto accadde in URSS si è parlato molto meno. Due procuratori ha il coraggio di farlo, in un'epoca come l'attuale in cui riaffiora la nostalgia per mostri come Stalin e Hitler e si fa di tutto per farli rivivere.
In tutto il film si avverte un'atmosfera kafkiana, dalla rassegnazione di alcuni alla disillusione di altri (tra cui l'uomo con una gamba sola sul treno per Mosca, il secondo ruolo interpretato da Aleksandr Filippenko, in un monologo ispirato a Le anime morte di Gogol); dall'immobilità dei presenti di fronte all'impiegata che perde fogli sulle scale e viene aiutata a raccoglierli solo dal protagonista, all'evidente stato di shock dell'uomo che cerca l'uscita dal palazzo della Procura generale, fino all'ambiguità di certi personaggi quali il sedicente compagno di scuola che saluta calorosamente Kornev o i due allegri compagni di viaggio sul treno del ritorno per Brjansk.
La vicenda è permeata dalla sensazione di potere incontrastabile della macchina cieca e arrogante dello Stato, che stritola l'ingenua onestà del giovane procuratore. Questo è un mondo in cui tutti esitano ad agire di propria iniziativa, nel timore di commettere un errore fatale; un mondo in cui vige l'impunità, almeno finché non si cade in disgrazia e si viene condannati in quanto "antisociali". Nella conversazione in streaming che ha preceduto la proiezione inaugurale del 12 febbraio in vari cinema d'Italia, la direttrice del Trieste Film Festival Nicoletta Romeo ha chiesto al regista se l'arte, in tutte le sue forme, possa cambiare qualcosa nella realtà: Sergej Loznitsa, con una breve risata amara, ha ipotizzato che sia possibile a lungo termine, sottintendendo che tentare di farlo sia in ogni caso dovere degli artisti.



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