sabato 2 ottobre 2021

Bond Story - 2: da Casinò Royale a No Time To Die


Istruzioni per l'uso di 007, di Andrea Carlo Cappi

Leggi anche Bond Story - 1

La critica ha ricominciato a interessarsi a 007 con l’arrivo di Daniel Craig come interprete, nel 2006, scoprendo con un ritardo di una sessantina d’anni il vero personaggio dei libri di Fleming, ancorché adattato al XXI secolo. I film con Craig raccontano una storia nuova ripartendo da zero, anzi, dal ‘doppio zero’ di James Bond, della cui acquisizione si parla nel primo romanzo. Anche se dopo il recupero di ‘Casinò Royale’ – rimasto a lungo inaccessibile alla EON perché Fleming ne aveva ceduto i diritti ad altri già nel 1954 – non restavano libri dell'autore da adattare, sicché tutte le sceneggiature successive al 2006 sono originali: il racconto ‘Quantum of Solace’ di Fleming non offriva materiale cinematografico, solo un titolo.
Nei nuovi film sono rimasti gli elementi spettacolari e le incredibili scene di stunt (realizzate perlopiù dal vero) che il pubblico si aspetta da 007. Di quando in quando, specie nell’ultimo, appaiono aspetti fantatecnologici, e abbondano le allusioni alla vecchia serie, per il divertimento degli appassionati. Ma l’approccio è molto più serio.
Anche se biondo (al contrario del Bond bruno dei romanzi), Craig ha gli occhi azzurri ma non è un ‘bello’, proprio come lo voleva Fleming; gli manca giusto la cicatrice di sette centimetri sul lato sinistro della faccia descritta nei romanzi. È carico di rabbia perché – come nei libri – è un orfano di famiglia ex-benestante, che ha cercato una rivalsa nella vita militare e poi nell’MI6. È un Bond ricreato ex novo, in un reboot che coincide con un altro fattore essenziale per la EON Production: il recupero nel 2014 dei diritti di Blofeld e della SPECTRE, trattenuti dal produttore McClory fin dagli anni ‘70, impedendone l’impiego da parte dei Broccoli. È a questo punto che la saga assume il suo aspetto definitivo.
Ora è possibile realizzare un arco narrativo con un unico attore che accetta di girare cinque pellicole. La EON Production intende riunirvi tutto il mondo di James Bond, senza tuttavia girare remake. E ora, nell'autunno 2021, dopo un ritardo di un anno e mezzo causa Covid-19, è uscito il quinto e conclusivo episodio, che segna l’annunciato addio di Craig al personaggio.

Di tutto il nuovo ciclo, come cultore soprattutto della versione letteraria, il mio preferito rimane 'Casinò Royale'. La storia originale era stata scritta nei giorni più oscuri della Guerra Fredda e si legava a eventi dell'epoca; la sceneggiatura - nulla a che vedere con la buona riduzione tv del 1954 o la delirante trasposizione comica del 1967 - riusciva perfettamente a trasferire la storia nel mondo dopo l'Undici Settembre, con una vicenda-contenitore destinata a proseguire come un serial.
Ma 'No Time To Die' è un film epocale e irrinunciabile per chi conosce 007.
Porta a compimento la scelta di rinnovare le regole del gioco che pervade tutto il periodo con Daniel Craig, rielaborando i cliché per farne qualcosa di diverso. I punti di riferimento sono stati Ian Fleming e le pagine migliori dei suoi successori: nel nuovo ciclo ho visto un po' di Raymond Benson, che nei libri ha ricondotto Bond verso le sue origini; in 'SPECTRE' un monologo di Blofeld proveniva direttamente dall'antagonista eponimo de 'Il colonnello Sun' di Kingsley Amis (sotto lo pseudonimo Robert Markham) e la fusione tra servizi segreti sembrava ispirata a temi trattati da John Gardner.
Fleming però è sempre presente: in 'Skyfall' si racconta dei genitori dell'agente segreto, lo scozzese Andrew Bond e la svizzera Monique Delacroix, in 'SPECTRE' del suo periodo in Austria. In 'Skyfall' e 'No Time To Die' sono visibili riferimenti a dettagli mai usati al cinema dai romanzi 'Al servizio segreto di Sua Maestà' (richiamato in 'No Time to Die' anche da citazioni della colonna sonora del film corrispondente) e 'Si vive solo due volte', la cui versione su pellicola manteneva solo il titolo e alcuni personaggi. Sotto certi aspetti, oserei dire anche 'Moonraker', altro libro che non ha nulla a che fare con il film dallo stesso titolo.
Tutti i Bond-movies del passato, anche i peggiori, hanno sempre avuto qualcosa di buono, quantomeno dal punto di vista dello spettacolo e dell'intrattenimento. Avendoli seguiti fin dal 1970, recuperando quelli che mi ero perso prima, ce ne sono alcuni cui sono più affezionato che ad altri.
Ma i romanzi originali di 007 sono sempre stati più duri, pessimistici, occasionalmente violenti e per nulla autoparodistici, come si sarebbe potuto pensare dal cinema prima di Craig. Ogni missione era una discesa all'inferno, con solo qualche momento per amori di breve durata e troppi drink (e non solo vodka martini). Da questo punto di vista, il nuovo film sceglie proprio questa via. Più che mai, per usare un vecchio slogan, bisogna aspettarsi l'inaspettato.



venerdì 1 ottobre 2021

Bond Story - 1


 Istruzioni per l'uso di 007, di Andrea Carlo Cappi

Da dove viene James Bond? Quanti sono i film della serie? Qual è il rapporto tra romanzi e film? Perché esistono ‘diversi’ James Bond? Questo articolo cerca di rispondere in breve a tutte queste domande, per chiarire certi aspetti del nuovo ‘No Time To Die’.

Mentre elaborava strategie – davvero romanzesche – contro il Terzo Reich per il servizio segreto della Royal Navy, l’ex-giornalista britannico Ian Fleming decise che avrebbe ideato e pubblicato la spy-story ‘definitiva’. Di fatto il primo romanzo con James Bond 007, ‘Casinò Royale’ (scritto nel 1952, edito l’anno dopo), fu un raffinato a tragico hardboiled che dalla California di Hammett e Chandler spostava lo scenario nell’Europa della Guerra Fredda. Non era il primo libro del genere: in Francia c’era già Jean Bruce con i romanzi dell’agente OSS 117 (curiosa la somiglianza tra le cifre) e in Inghilterra Peter Cheyney proseguiva il suo lavoro tra spy-story british e noir all’americana, cominciato durante la Seconda guerra mondiale.

Il romanzo 'definitivo' di Fleming non sarebbe stato l’ultimo: dopo lo scarso successo in patria di quella prima brillante storia di 007, una recensione di Raymond Chandler aprì a James Bond le porte del vasto mercato americano e quindi globale, con la vendita dei diritti per cinema e tv, e il contratto per un secondo romanzo, ‘Vivi e lascia morire’, pubblicato nel Regno Unito mentre i telespettatori USA vedevano una riduzione tv di ‘Casinò Royale’ con Barry Nelson (il primo Bond dello schermo), Linda Christian, all’epoca moglie di Tyrone Power (nel ruolo di ‘Valerie Mathis’, ibrido tra Vesper Lynd e René Mathis nel libro), e Peter Lorre, ex-Mostro di Düsseldorf (nella parte di Le Chiffre).

Il Mito Bond era già in lavorazione. Dopo varie false partenze negli anni ‘50 – quali la serie tv mancata 'James Bond of the Secret Service' che sarebbe poi diventata ‘Licenza di uccidere’ e un film non realizzato dal produttore Kevin McClory, poi diventato ‘Thunderball-Operazione Tuono’ – la Bondmania sarebbe esplosa in tutta la sua potenza solo dopo altri dieci anni, alla fine del 1964. alla terza apparizione di Sean Connery in un film della EON Production. Purtroppo Fleming moriva nell’estate precedente, a cinquantasei anni, perdendosi l’acclamazione assoluta.

In tutti questi decenni sono esistiti parecchi Bond: quello dei romanzi di Fleming, tormentato eroe noir, era passato attraverso avventure urbane ed esotiche (e, per quei tempi, erotiche) e in un’occasione persino parzialmente western, continuando a essere una proiezione del proprio creatore; per poi passare nelle mani di successori selezionati e autorizzati da una società creata dallo stesso Fleming, con risultati a volte di routine, a volte eccezionali. Quello del cinema si sarebbe lanciato gradualmente verso la fantatecnologia, restando però sempre influenzato dalle mode del momento: l’era spaziale, la blaxploitation (ovvero il filone, spesso noir, con soli interpreti neri), i kung-fu-movies, il fantacinema fine anni ‘70, il narco-noir anni ‘80 tra ‘Scarface’ e ‘Miami Vice’, gli action-movie di Hong Kong degli anni ‘90...

E cambiando stile e carattere (e rapporto con le donne) a seconda degli interpreti ma soprattutto degli sceneggiatori, che a volte tenevano d’occhio la cronaca internazionale e che ogni tanto (ma non sempre) andavano a rileggersi i romanzi o i racconti da cui prendevano i titoli i film prodotti dalla EON di Saltzman & Broccoli (poi del solo Albert R. Broccoli, infine di sua figlia Barbara e del figliastro Michael G. Wilson). E ora spiego perché sia appena uscito il film ‘Bond 25’ anche se al cinema ne sono stati proiettati ventisette.

Nel frattempo uscivano infatti nel 1967 una parodia con ‘Casinò Royale’ (frutto di diritti cinematografici non acquistati dalla EON... perché erano alla deriva tra altre compagnie dal 1954) e nel 1983 un remake di ‘Thunderball’ con il rientro di Sean Connery, ‘Mai dire mai’, frutto dei diritti d’autore condivisi con Fleming da McClory. A cavallo tra i due millenni, Pierce Brosnan riesce a conciliare elementi di tutti gli interpreti: fascino, ironia, eleganza, cinismo autoimposto e occasionale fragilità (fino ad allora vista solo in George Lazenby), ma non sempre è servito da sceneggiature all’altezza. Poi con Daniel Craig le regole cambiano...

Continua con: Bond Story - 2: da Casinò Royale a No Time To Die 


Sex Bond

 
Dettaglio dalla sequenza titoli di "Skyfall"

Riflessioni di Andrea Carlo Cappi

Alla vigilia dell’uscita di ‘No Time to Die’ al regista del film, Cary Fukunaga, è stata attribuita un’affermazione sul fatto che il James Bond di Connery fosse uno stupratore: la frase precisa – almeno secondo quanto riportato dai giornali – dovrebbe essere "Is it ‘Thunderball’ or ‘Goldfinger’ where, like, basically Sean Connery’s character rapes a woman? She’s like ‘No, no, no,’ and he’s like, ‘Yes, yes, yes.’ That wouldn’t fly today." Ovvero, in italiano: «È in ‘Thunderball’ o ‘Goldfinger’ dove, ecco, praticamente il personaggio di Sean Connery stupra una donna? Lei è tipo ‘No, no, no’ e lui invece ‘Sì, sì, sì’. Oggi non andrebbe.»

Gary Fukunaga ha ragione. E ribadisce soltanto cose che io ho scritto più volte nei miei libri sul fenomeno 007. La scena a cui si riferisce è nel film ‘Thunderball-Operazione Tuono’ (1965), quando Bond – che non è neppure in missione – di fatto costringe al sesso l’infermiera Patricia (Molly Peters) che si presume non sia affatto consenziente. Ma già nel film precedente, ‘Missione Goldfinger’ (1964), fa una certa impressione la scena in cui la scaramuccia tra Bond (sempre Connery) e Pussy Galore (Honor Blackman) si risolve con la sopraffazione di quest’ultima (che nel romanzo originale di Fleming risulta lesbica, ma poi si scopre provvidenzialmente bisex e soprattutto consenziente).

Se a Ian Fleming si può rimproverare solo di scrivere in base alle fantasie sessuali dei suoi tempi (gli anni Cinquanta), gli sceneggiatori degli anni Sessanta hanno voluto dare a Bond una connotazione di predatore sessuale che non aveva affatto nei romanzi. Stiamo parlando però del terzo e quarto film della serie: nel primo (Licenza di uccidere, 1962) il massimo cui arrivava Bond-Connery era andare a letto con miss Taro (Zena Marshall) sapendo che lei voleva ucciderlo, ma quelle erano, per tutti e due, nececessità lavorative. E nel secondo (Dalla Russia con amore, 1963) è lui stesso a cadere in una ‘trappola al miele’ a Istanbul con Tatiana (Daniela Bianchi). Perché questo cambio di rotta a partire dal film uscito per il Natale del 1964?

Ripassiamo un po’ di storia del cinema. Nel 1964, dopo ‘’Dalla Russia con amore’ e prima di ‘Goldfinger’ esce il film di Alfred Hitchcock ‘Marnie’, tratto da un romanzo di Winston Graham. Nella storia originale ambientata in Inghilterra la protagonista cleptomane – che soffre di quello che oggi chiameremmo ‘post-traumatic stress disorder’ – incontra tra le vittime dei suoi furti Mark, che decide di salvarla e sposarla; ma dopo la prima notte di nozze, a Maiorca, Marnie tenta il suicidio e solo dopo si scoprirà il suo trauma segreto.

Nella versione di Hitchcock le cose cambiano, non solo perché la vicenda è traslata negli USA e il tentato suicidio avviene nella piscina di una nave da crociera: il regista sceglie come protagonisti Tippi Hedren (già da lui lanciata ne ‘Gli uccelli’ e piuttosto maltrattata sul set) e Sean Connery (già identificato con il personaggio di 007) per ruoli che in passato avrebbe assegnato a Grace Kelly e a Cary Grant. Ma per Hitchcock Tippi ha la colpa di non essere l’adorata Grace, solo una sua sostituta: è forse per una vendetta personale di Hitch che la prima notte di nozze di Marnie viene mostrata al pubblico come uno stupro vero e proprio. Al punto che lo sceneggiatore Evan Hunter (celebre scrittore, noto anche come Ed McBain), non accetta le modifiche al suo script imposte dal regista - che ha inserito a tutti i costi la scena di stupro - e interrompe la collaborazione con Hitchcock. Come ebbi modo di dire a Evan Hunter in un belissimo pomeriggio passato a parlare con lui, sono pienamente d'accordo con il suo punto di vista: un violentatore non può essere un eroe.

Ma ecco che, all’improvviso, Sean Connery ha interpretato uno stupratore. E, stranamente, non piace solo a uomini che possano identificarsi in un predatore sessuale, ma anche alle donne (non negatelo: ho continuato a sentirlo dire fino agli anni Ottanta, quando i vecchi film arrivarono in televisione!) Non è da escludere quindi che gli sceneggiatori dei film di 007 del ‘64 e del ‘65 abbiano deciso di adeguarsi a questa nuova dimensione dell’attore, che peraltro tramonta presto: in seguito Bond andrà a letto solo con donne consenzienti o, facendo attenzione, con nemiche che vogliono ucciderlo... specie dopo la lezione che gli dà la cattiva Fiona Volpe (Luciana Paluzzi) nella parte centrale di ‘Thunderball’. E non si può dire che Bond non se la sia meritata.

Ma va detto che il Bond di Connery, più cinico e pronto alla battuta rispetto a quello noir e tormentato dei romanzi di Fleming (e di alcuni suoi successori nella serie narrativa, come Kingsley Amis e Raymond Benson), è già un tradimento della versione letteraria. Poi, dal camp di ‘Si vive solo due volte’ (1967), entrerà fortemente in gioco la componente fantascientifica e dei libri resterà spesso solo il titolo. Ci saranno eccezioni in cui verrà ampiamente usato il materiale e almeno in parte lo spirito originale di Fleming, come ‘Al servizio segreto di Sua Maestà’ (1969), unico interpretato da George Lazenby; ‘Solo per i tuoi occhi’ (1981) con l’ingiustamente criticato Roger Moore; ‘Zona pericolo’ (1987), primo dei due film com Timothy Dalton; ma persino ‘Il mondo non basta’ (1999) con Pierce Brosnan, che pure non è basato su alcun romanzo o racconto.

È noto che dal reboot di ‘Casinò Royale’ (2006) il Bond di Daniel Craig è tornato ad assomigliare a quello dei romanzi originali, pur vivendo avventure che ricalcano gli elementi spettacolari del passato cinematografico: finalmente si sono visti sullo schermo aspetti del Bond letterario che non erano mai arrivati al cinema. Ma è curioso, davvero, che la Bondmania e il Mito siano scattati a livello globale proprio dopo la scena di stupro voluta da Hitchcock in ‘Marnie’ e con i due film di 007 del ‘64 e del ‘65 menzionati da Fukunaga. Vorrà dire qualcosa?


giovedì 30 settembre 2021

Iperwriters - Tell, don't show II

Foto. Erwan Hesry, Unsplash

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Venerdì, ore 13. La nave Iperwriters continua a navigare.
Perché vi raccomandiamo di dire e non mostrare? Ci sono molte buone
ragioni.
Ad esempio, per continuare a godere dei diritti e dei poteri (ora
detronizzati) dello scrittore. Perduti per perduti, e non avendo nulla da
perdere, perché rinunciarvi? Perché non continuare a dire, a dispetto di
tutto e di tutti?
Dickens, Hugo, Balzac, non facevano ”immobilità pensosa” come i
nostri pretenziosi autori anni '70: erano intrattenitori (spesso divertenti) e
anche artisti. Lo stesso vale per Wilde, Flaubert, Stendhal, Dostoevskij,
pur nelle differenze di carattere, cultura e paese. E tutti quanti, chi più chi
meno, hanno detto.
Proviamo a immaginare Il ritratto di Dorian Gray come una successione
di azioni brevi e spoglie, senza il detto di Oscar Wilde. Chi lo leggerebbe?
E Madame Bovary, senza il detto di Flaubert, sarebbe ancora Madame
Bovary? E Delitto e castigo, se Dostoevskij non sapesse che cosa passa per
la testa di Raskolnikov?
Ditelo a Stendhal, di mostrare e non dire. Ma se conoscete Stendhal forse
siete in quattro a seguirmi, e avete già capito tutto. Gli altri non lo
leggeranno mai, Stendhal. O lo leggeranno e lo valuteranno due stellette
(pesante, noioso, non arrivo a pagina dieci, lo butto dalla finestra).
Un altro motivo per dire può essere la necessità di alimentare non il
linguaggio che si sta impoverendo (e si sta effettivamente impoverendo)
ma la creatività, la capacità di invenzione che oggi si è appiattita fra le
regole dei generi e il codice politicamente corretto.
Se si continua a scrivere come un granello di sabbia badando a non
dispiacere agli altri granelli della spiaggia, ogni facoltà intellettuale sarà
presto azzerata del tutto. Oltre al merito, naturalmente. Non c'è eccellenza
nello scrivere quello che possono scrivere e scrivono tutti. Infatti, non
sanno più a chi dare il Nobel per la Letteratura.
Lo so, il narratore onnisciente è odiatissimo. La narrazione dev'essere il
più possibile impersonale, l'autore deve scomparire fra le esilissime righe
in cui i suoi personaggi agiscono.
Io vi raccomando invece di diventare (se non lo siete già, nel qual caso vi
benedico) narratori onniscienti, e nel prossimo container spiegherò perché.



venerdì 17 settembre 2021

Iperwriters - Tell, don't show I

Foto: John Simmons (Unsplash)

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Venerdì, ore 13. La nave Iperwriters continua a parlarvi della parola.
Scrive la mia amica Serenissima di Berlino:

“... nel mio orizzonte immaginario ci sono gli anni ´60-´70 che vedono la nascita dell´archeologia del sapere, del vivisezionare così tanto da arrivare a visisezionarsi da soli, l´abbattimento post-strutturalista delle categorie in sé, lo scollamento tra cosa e parola, significato e significante, etc… Più recentemente, invece, ho scoperto la riproduzione cieca dei decaloghi dello scrivere per l´intrattenimento: quelle liste di cultura anglofona che si scagliano contro avverbi e descrizioni, inneggiano allo show, don´t tell; e in generale auspicano una letteratura che sia di facilissima elaborazione e digestione: appunto perché sono decaloghi che vedono la narrativa come arte (razionalizzatissima, ma in modo ben poco critico, ben lontano da quella dissacrazione e da quella vivisezione che per me hanno connotazioni quasi sacre) dell'intrattenimento.”

E' interessante il fatto che lei veda come un'operazione sacra l'autopsia di un testo letterario: significa che è una scrittrice. Per la sacralità della parola, non per l'autopsia.
Io personalmente ho mostrato e non detto per circa vent'anni della mia vita, sceneggiando fumetti: nei fumetti il dire si dissolve in descrizioni e dialoghi, e il messaggio dell'autore è trasversale e dissimulato.
Quando sono passata alla narrativa ho faticato e sofferto per trovare un mio dire. Una lettera di rifiuto di una rivista mi consigliava di continuare con fumetti e thriller, facili e veloci, perché “altro è la letteratura, la letteratura è immobilità pensosa”. Mi dicevano che la mia scrittura non raggiungeva “esiti stilistici”. Ma dov'è ora l'immobilità pensosa? Dove gli esiti stilistici? Negli ultimi vent'anni hanno raggiunto la lunga linea piatta.
Bene, con o senza esiti stilistici ho pubblicato circa una trentina di romanzi, trentadue con gli inediti in uscita, senza aver mai frequentato un corso di scrittura creativa.
Dopo qualche anno di oblio (ero io che volevo dimenticare l'editoria italiana e tutto il resto) mi sono rimessa in attività e ho trovato qualcuno che mi ha insegnato a scrivere, raccomandandomi di mostrare e non dire, come se avessi sedici anni e non mezzo secolo in più.
Io invece raccomando di dire e non mostrare, e al prossimo container vi spiegherò perché.

martedì 14 settembre 2021

Chi è il padre dell'Italian Giallo?


Cronaca dal Festival Premio Torre Crawford, di Andrea Carlo Cappi

Nel mondo lo chiamano Italian Giallo, per noi è il "thrilling" degli anni Settanta, identificato con il suo autore più famoso: Dario Argento. E, per quanto sia noto che il precursore del filone sia stato Mario Bava, gli storici sono concordi nell'identificare "L'uccello dalle piume di cristallo" come la pellicola che diede inizio al fenomeno, ne creò la mitologia e influenzò registi di tutto il mondo... compreso, in qualche modo, Alfred Hitchcock con "Frenzy". Dunque Dario Argento può essere considerato legittimamente il padre dell'Italian Giallo, colui che ha lanciato un nuovo genere percorso poi da altri registi che lo hanno popolato di capolavori: Aldo Lado, Umberto Lenzi, Sergio Martino... per citare solo quelli che ho avuto il piacere di incontrare di persona, perché i nomi sono davvero tanti.
Ma la paternità assoluta di Dario Argento di quel leggendario film del 1970, di cui il maestro del thrilling figura come unico sceneggiatore oltre che regista, viene messa in dubbio dopo una rivelazione alla seconda serata del Festival Premio Torre Crawford 2021. A San Nicola Arcella (CS), l'ospite d'onore Aldo Lado fa un'affermazione - una "confessione", la definisce - su cui ha mantenuto il silenzio per mezzo secolo. Quel film e quel titolo, che tanta influenza avrebbero avuto in Italia e nel mondo, sarebbero stati ideati da due menti: quella di Dario Argento e... la sua. Qui l'articolo sul sito del Premio.

La rivelazione al Premio Torre Crawford, 11/9/2021

Torniamo indietro di qualche anno: Dario Argento è soggettista e co-sceneggiatore del film di Maurizio Lucidi "Probabilità Zero", che viene girato in Dalmazia e di cui Lado è aiuto regista. Secondo quanto racconta Lado, in quei giorni Argento gli fa leggere il romanzo "La statua che urla" di Fredric Brown, da cui vuole trarre un film ma non riesce ad averne i diritti. Lado non è convinto che se ne possa fare un buon adattamento per il cinema, ma coglie l'idea del testimone che assiste a un omicidio senza scorgere l'assassino, che tuttavia crede di essere stato visto.
Così Argento e Lado elaborano a quattro mani un nuovo progetto e, in un ristorante di Trastevere, ne concepiscono il titolo: "L'uccello dalle piume di cristallo". Poi Lado è impegnato sul set di altri film e collabora come aiuto regista anche con Bernardo Bertolucci a "Il conformista", tratto da Alberto Moravia, scrittore che ispirerà a Lado la propria trasposizione de "La disubbidienza". Secondo quanto lui racconta - quando finalmente torna a Roma scopre che Argento sta lavorando al "loro" film, in cui però Lado non è più accreditato come co-autore.
Tra tutti i suoi film come regista, la maggior parte dei quali esula dal giallo, Lado è ricordato spesso per i suoi due thriller "di culto" degli anni Settanta: "La corta notte delle bambole di vetro", il cui titolo di distribuzione è evidentemente influenzato dalla moda lanciata da Argento, e "Chi l'ha vista morire", benché la sua opera più famosa sia probabilmente "L'ultimo treno della notte" che pur sfruttando elementi del thriller è manifestamente un film dal forte contenuto socio-politico. Questi tre film, sostiene Quentin Tarantino, bastano a fare di Aldo Lado uno dei maestri della cinematografia italiano. Ma, stando alle sue affermazioni, forse qualche paragrafo della storia del cinema andrebbe riscritto e la paternità dell'Italian Giallo andrebbe condivisa.

giovedì 2 settembre 2021

Iperwriters - Unforgettable III

Foto: Vidar Nordli-Mathesen (Usplash)

Iperwriters - Editoriale di Claudia Salvatori

Venerdì, ore 13. La nave Iperwriters sogna.
D'accordo, come dice giustamente Gianfranco Manfredi il romanzo non è più la forma dominante. Quando lo era, lo scrittore soltanto (non ancora il giornalista, per quanto spesso il romanziere scrivesse anche sui giornali) si faceva carico di svelare alla comunità i segreti dell'animo umano e delle dinamiche sociali. Aveva un potere, e di conseguenza fama e gloria. Suscitava meraviglia.
Oggi i segreti privati vengono rovesciati ovunque, quelli nascosti sono complottismo; chi vuole pubblicare qualcosa deve scrivere in omologhese, e comunque se non ha visibilità televisiva non suscita nessuna meraviglia, perché scrivono anche sua zia e suo cognato.
Ogni libro che esce viene cancellato: perché non è in omologhese, perché non è voluto, o se ha successo alla fine muore di morte naturale, per stanchezza e noia dei lettori.
Ma immaginiamo che la parola scritta possa tornare a essere la forma dominante. Fra quanto tempo? Diciotto generazioni? Troppo poche. Cinque secoli di barbarie dovrebbero bastare per uscire dal grande oblio di Tutto e ricominciare a balbettare.
Immaginiamo che non ci sia più nulla, a parte le parole che non costano nulla. Qualcuno si appassionerà ai capolavori letterari? Ne sarà ispirato tanto da crearne di nuovi?
E come li troverà, questi capolavori? In cartaceo? I libri verranno presto usati come combustibile. Imparati a memoria, come in Fahrenheit 451? La memoria (e l'intelligenza) umana si stanno restringendo come un maglione sintetico.
Sul web? E se andassimo incontro a un collasso energetico?
Forse esisterà, sotto qualche cupola di vetro, una comunità di ricchi ancora colti, ancora in possesso di una qualche fonte di energia, e in grado di costruire un database digitale delle passate civiltà. Potrebbero allora trovare schegge vaganti di ebook come i nostri di Unforgettable.
Intorno ai fuochi alimentati dai libri cartacei un popolo povero che non saprà più leggere inventerà saghe. Mentre un'élite di scienziati farà archeologia del web per trovare reperti. In ogni modo, vale la pena proteggere e conservare in qualche container.

2 dicembre 2021: la Milano Noir di Borderfiction

  Il 2 dicembre 2021 alle ore 21.00, all'Admiral Hotel (v. Domodossola 16, Milano, ingresso libero) Borderfiction Eventi presenta una se...