Letteratura italiacana - 90 - Il crepuscolo dei non-dei
Ricordate che, molti editoriali fa, raccontavo del figlio di un operaio che aveva voluto diventare disegnatore di fumetti per non andare in fabbrica come suo padre? Bene, mi identificavo in quel disegnatore. Avevo trovato un sentiero adatto a me nella giungla delle belve, una via percorribile da quelli nati nella mia casta che avevano abbastanza immaginazione e disposizione al rischio o all'incoscienza, che poi è lo stesso.
I figli di papà avevano strade già pronte e ben comode. Ma ecco, verso la fine degli anni novanta erano sul nostro sentiero, a farci concorrenza. E loro sì, si divertivano da paaazzi! Il fumetto non era più un ghetto (o piuttosto il ghetto era stato fatto ascendere ai piani alti), e sceneggiare non era più da poveri.
L'editoria di intrattenimento popolare a fumetti è diventata sempre più piccola e stretta, come quegli isolotti erosi dalle maree e dalle eruzioni vulcaniche. Abitata da naufraghi e sorvolata da nostalgici.
Quando i vecchi giornalini straripavano dalle edicole era possibile, al culmine di una buona carriera, guadagnare di che vivere decorosamente. Durante la transizione al fumetto d'élite i compensi per sceneggiatori, anziché aumentare, sono diminuiti. Grazie al corto circuito fra vendite in picchiata e carica di nuovi sceneggiatori disposti a lavorare per pochi soldi, illusi e sfruttati.
Lo stesso è accaduto per la fiction seriale “di serie B”, divenuta un insieme di feudi governati dall'altissima borghesia radical-chic, l'aristocrazia dei giorni nostri.
Non c'era trippa per gatti di strada.
Non ricordo quando e cosa abbia sceneggiato per l'ultima volta, ma mentre scrivero Sublime anima di donna ero già disoccupata.
(Immagine realizzata mediante AI)

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