lunedì 16 febbraio 2026

"Il Mago del Cremlino": c'era una volta dopo l'URSS


Recensione di Andrea Carlo Cappi

Trovo curioso che in Italia siano usciti lo stesso giorno, il 12 febbraio 2026, due film che parlano di Russia, ancorché in due epoche diverse: il 1937 in Due procuratori (capolavoro di cui ho già pubblicato qui la recensione) e il periodo 1991-2019 nell'interessante Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin (Le Mage du Kremlin), di Olivier Assayas, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e distribuito in Francia il 21 gennaio di quest'anno. Il film si basa sul romanzo Il Mago del Cremlino (Le Mage du Kremlin nell'edizione originale francese), esordio in narrativa del saggista italiano Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022. Non avendo letto il libro, faccio riferimento alla versione cinematografica di produzione francese, sceneggiata dal regista e dallo scrittore Emmanuel Carrère, girata in inglese con esterni in Lettonia.
Come sottolinea un disclaimer iniziale, si tratta di fiction, anche se alcuni personaggi sono reali - con tanto di nome e cognome - e altri sono liberamente ispirati a persone esistenti, in particolare l'immaginario protagonista Vadim Baranov, (l'attore Paul Dano) che riprende però aspetti biografici e affermazioni pubbliche del suo ispiratore nella realtà: Vladislav Surkov, consigliere personale di Vladimir Putin dal 1999 al 2020. In un certo senso, a sottolineare che non si tratta di una ricostruzione documentaristica ma di un film destinato al grande pubblico globale sono alcuni dettagli come il "gobbo" da cui Eltsin legge il suo discorso o la lettera di Berezovskij, visibilmente in inglese quando dovrebbero essere in russo; il che richiama insegne e cartelli volutamente in inglese nella Russia postrivoluzionaria de Il mistero delle dodici sedie di Mel Brooks. Il risultato, con la raffigurazione tra finzione e realtà di un potere gestito con metodi mafiosi, ricorda la saga cinematografica de Il Padrino. E a me personalmente evoca i retroscena dei miei romanzi di spionaggio, in cui tuttavia sono solito presentare i personaggi "veri" senza menzionarne esplicitamente i nomi.
Il film si apre con la voce fuori campo del narratore, il personaggio fittizio del saggista statunitense Rowland (un sempre gradito Jeffrey Wright) che nel 2019 torna a Mosca per scrivere una biografia dello scrittore Evgenij Zamjatin: è il comune interesse per questo autore a farlo invitare da Vadim Baranov, che in passato ne ha adattato al teatro il romanzo distopico Noi. Sicché l'americano viene accompagnato in macchina alla residenza fuori città dell'uomo noto come "il Mago del Cremlino", da qualche tempo ritiratosi a vita privata. Baranov racconta all'ospite la propria storia, partendo dalla Mosca anni '90, dopo la perestrojka e la fine dell'Unione Sovietica, durante la presidenza di Boris Eltsin: un'epoca in cui la gioventù russa vive libertà e trasgressione, ma il mercato neocapitalista è gestito da avventurieri e gangster, in un clima che tra sparatorie e tritolo somiglia a quello degli USA durante il Proibizionismo. La storia procede quindi attraverso vari flashback, intervallati dalle conversazioni tra il protagonista e il suo ospite nel 2019.

Baranov, divenuto produttore di reality show per un canale tv, si vede soffiare la fidanzata Xenja (intepretata da Alicia Wykander) dall'amico "imprenditore" Dmitrij Sidorov, ispirato alla figura reale di Mikhail Chodorkowsij. Ma riceve una proposta d'affari dall'arrivista Boris Berezovskij, vicino all'ormai malandato presidente Boris Eltsin: il giovane produttore potrebbe passare da fabbricare la "realtà" televisiva a costruire quella del Cremlino, dando una mano a creare l'immagine di un nuovo leader che prenda il posto di Eltsin alla testa della Federazione Russa, Vladimir Putin (interpretato da un impressionante Jude Law, opportunamente truccato e pettinato). E qui si manifesta uno degli aspetti della vicenda su cui sono più dubbioso.
Perché dal film si potrebbe pensare che Putin non abbia particolari ambizioni politiche, finché non gli vengono suggerite da Berezovskij; laddove nella realtà, dopo avere svolto vari ruoli nell'amministrazione pubblica di San Pietroburgo, già dal 1997 ha messo piede in quella presidenziale russa. E si potrebbe ritenere che Berezovskij abbia scelto Putin convinto di poterlo manipolare; ma chiunque sia nato e cresciuto nell'URSS sa benissimo che non si deve scherzare con un ex agente del KGB, il "Comitato per la Sicurezza dello Stato" che dal 1954 al 1991 svolse le funzioni di polizia segreta in patria così come quelle di spionaggio e disinformazione all'estero; specie se costui da fine luglio 1998 è il direttore dell'FSB, il servizio di sicurezza che ha ereditato il ruolo del KGB nella Federazione Russa.
Fatto sta che nel film Putin si mostra più interessato alle teorie di Baranov sul "potere verticale" - in sostanza quello dell'uomo forte che sa sempre cosa fare e dall'alto dirama gli ordini cui tutti devono obbedire - e lo recluta direttamente al proprio servizio, lasciando da parte Berezovskij. Da questo momento Baranov si occupa della gestione del potere come se fosse la creazione di un'opera d'arte, con cinismo assoluto. E, nei dialoghi con l'ospite Rowland, si dimostra a tratti un "narratore inaffidabile", che in certi casi si autoassolve dalle proprie colpe, in altri si nasconde dietro frasi di propaganda o deliberate omissioni, tanto che l'interlocutore gli ricorda le sue gravi responsabilità: per esempio negli attentati a Mosca del settembre 1999 (quasi trecento vittime), attribuiti a terroristi islamici, ma di cui si ritiene invece responsabile l'FSB, allo scopo di spianare la strada all'uomo forte Putin e giustificare la ripresa della guerra in Cecenia, fase iniziale del recupero dell'integrità russa in cima all'agenda del neopresidente.

Benché il film duri oltre due ore e mezza, non può certo contenere tutti gli eventi storici di quasi un trentennio. Vengono omessi inevitabilmente fatti importanti quali la crisi al Teatro Dubrovka di Mosca (in cui nell'ottobre 2002 si asserragliò un commando ceceno chiedendo la fine della guerra), risolta con un'incursione delle forze speciali che tra gas venefico e armi da fuoco uccisero trentatré guerriglieri e centotrenta ostaggi tra cui vari bambini, lasciando altre centinaia di persone innocenti vittime di avvelenamento; l'assassinio a Mosca della giornalista Anna Politovskaja, "colpevole" di critiche al governo (uccisa a colpi di pistola il giorno del compleanno di Putin nel 2006... e varrebbe la pena di notare che ogni tanto succede qualcosa di serio in data 7 ottobre); l'orribile morte a Londra lo stesso anno dell'ex agente del KGB e dell'FSB Aleksandr Litvinenko, avvelenato mediante polonio-210 dopo avere sostenuto le accuse lanciata da Berezowskij sulle responsabilità di Putin negli attentati del 1999 (In quell'occasione altre trecento persone a Londra soffrirono di sintomi dovuti alle radiazioni). Con tutte queste omissioni, viene quasi il sospetto che gli sceneggiatori abbiano preferito glissare su alcune delle responsabilità più gravi dello zar - come viene spesso chiamato nel film - per non doversi trovare a loro volta il polonio nel té.
Ma assistiamo all'affondamento del sommergibile Kursk, il cui equipaggio fu abbandonato al suo destino, scelta presentata però come pragmatica date le scarse probabilità di superstiti; vediamo l'ascesa nel 2004 del fedele ex agente del KGB Igor Sechin alla testa della compagnia petrolifera Rosneft dopo l'arresto di "Dmitirj Sidorov"; viene menzionato il presunto suicidio di Berezovskij (nella realtà tra le prime di una lunga serie di morti sospette di oligarchi cui è seguito un vero boom dal 2022) dopo un vano tentativo di invocare clemenza a Putin; l'entrata in gioco di Evgenij Prigozhin (lo "chef del Cremlino" appartenente alla cricca putiniana di San Pietroburgo) con la sua Internet Research Agency, cui Baranov dà istruzioni su come seminare il caos in Occidente; vediamo il reclutamento di Aleksandr Zaldastanov, capo dei bikers Lupi della Notte, "liberatori" della Crimea mentre si celebrano le Olimpiadi Invernali di Sochi. Tuttavia è sull'Ucraina che il Mago del Cremlino comincia a perdere colpi, allontanandosi dai giochi di potere; persino Xenja, benché da lui recuperata e divenuta madre di sua figlia, sembra essere uscita di scena.
Emerge, almeno sul tema della disinformazione via Internet, la volontà del Cremlino di lasciare che le persone più attente si rendano conto di chi ne tiri i fili, proprio come ostentazione di superiorità: la realtà ci insegna del resto che molte macchinazioni e menzogne evidenti passano inosservate alla folla, pronta ad abbeverarsi proprio ai messaggi più ingannevoli. Forse da questo film è meno evidente che la gestione del potere a Mosca deriva dalla scuola più classica dei servizi segreti sovietici e ricorda quella di Stalin, modello a cui si ricollega dichiaratamente il presidente in carica (al potere da oltre ventisei anni e, grazie a opportune riforme, destinato a restarci a vita). Per esempio, quando si elimina un avversario, l'apparenza può anche essere quella di suicidio, incidente o malattia, ma se si va appena un po' più in profondità si deve poter riconoscere chi sia il mandante, affinché il messaggio sia inequivocabile: chi disobbedisce, commette errori o semplicemente perde i favori del leader non sarà perdonato, come abbiamo visto con la caduta dell'aereo del ribelle Prigozhin e, in questi giorni, con le prove sulla morte per avvelenamento dell'oppositore Navalnij durante la sua detenzione siberiana. La lezione dovrebbe essere: attenti a invocare "l'uomo forte", perché poi diventa impossibile liberarsene e nessuno sarà più al sicuro per parecchio tempo, nemmeno chi l'ha mandato al potere.

Si veda anche la recensione: "Due procuratori": c'era una volta in URSS

Nessun commento:

Posta un commento

"Il Mago del Cremlino": c'era una volta dopo l'URSS

Recensione di Andrea Carlo Cappi Trovo curioso che in Italia siano usciti lo stesso giorno, il 12 febbraio 2026, due film che parlano di Rus...