Recensione di Andrea Carlo Cappi
Il 12 febbraio 2026 è arrivato nelle sale cinematografiche italiane Due procuratori (Deux Procureurs), ambientato nell'URSS del 1937. Il regista, Sergej Loznitsa, è nato nel 1964 nella Bielorussia sovietica e cresciuto nell'Ucraina sovietica; studente di cinema nella Mosca post-sovietica, dagli anni Duemila risiede in Germania ma rimane tuttora cittadino ucraino. Apprezzato documentarista, ha raccolto per anni immagini d'archivio, che in questo caso gli sono state preziose non solo per ricostruire fedelmente costumi e scenografie, ma anche per scegliere gli interpreti con "le facce giuste" e dare loro indicazioni su movimenti e atteggiamenti. Il risultato è un capolavoro sia dal punto di vista storico, sia sul piano dell'attualità che, inevitabilmente, richiama. Il paese di origine del film risulta essere la Francia, dove Due procuratori è stato presentato a Cannes e distribuito dal 5 novembre 2025, ma in realtà è una coproduzione tra Francia, Germania, Paesi Bassi, Romania, Lettonia e Lituania. Gli interpreti sono russi (attualmente in esilio) o russofoni baltici.
Il soggetto proviene dal romanzo breve Dva prokurora, datato tra il 1969 e il 1974, una delle opere che il fisico russo Georgij Demidov scrisse sulla base delle proprie drammatiche esperienze: arrestato nel 1938 durante le purghe staliniane, prigioniero nei gulag - i campi di lavori forzati in cui i dissidenti veri o presunti venivano detenuti in condizioni disumane - era stato liberato solo nel 1952. Il libro rimase inedito per quarant'anni, malgrado Nikita Kruscev avesse denunciato i crimini del regime stalinista già nel febbraio 1956, a tre anni dalla morte del suo predecessore. Nel 1980 il manoscritto fu sequestrato dal KGB, il "Comitato per la sicurezza dello Stato", attivo dal 1954 al 1991 come servizio sovietico di spionaggio all'estero e repressione del dissenso interno, dai cui ranghi proviene l'attuale presidente russo. Il romanzo fu restituito alla famiglia nel 1988, dopo il decesso di Demidov, durante la perestrojka di Mikhail Gorbachev, e infine pubblicato nel 2009.
La trama parte da una lettera del prigioniero politico Stepnjak (l'attore Aleksandr Filippenko), detenuto a Brjansk. Scampata al rogo sistematico della posta dei carcerati, la missiva (in mancanza di inchiostro, scritta con il sangue) arriva a destinazione presso la Procura locale, nelle mani del giovane Kornev (Aleksandr Kuznetov), che di Stepnjak è stato allievo. Poiché il detenuto richiede un colloquio urgente per fare rivelazioni importanti, il procuratore di fresca nomina si presenta alla prigione, sopporta con tenacia la burocrazia carceraria che cerca di impedire l'incontro e alla fine riesce a farsi portare nella cella del professore. Vi trova un uomo innocente, bolscevico della prima ora, che non avrà molto da vivere dopo le brutali percosse cui è stato sottoposto dai secondini.
Stepniak confida al giovane procuratore che a Brjansk l'NKVD (il "Commissariato popolare per gli Affari interni", di fatto l'antesignano del KGB) sarebbe infiltrato da elementi controrivoluzionari che perseguitano con false accuse i comunisti più fedeli. Animato dalla fede nella giustizia e dall'incrollabile fedeltà allo Stato, Kornev prende il treno per Mosca allo scopo di denunciare il complotto alla Procura generale dell'URSS. Anche qui deve sopportare il boicottaggio della burocrazia, ma con la sua caparbietà ottiene un colloquio con il procuratore generale Andrej Vishinskij (personaggio storico, poi ministro degli esteri dal 1949 fino alla morte di Stalin, interpretato da Anatolij Belyi). Questi, benché sulle prime dubbioso, concede a Kornev l'autorizzazione a svolgere indagini a Brjansk, perché faccia rapporto direttamente alla Procura generale di Mosca. Ciò di cui il giovane magistrato non si rende conto, sinché non sarà troppo tardi, è che tanto lui quanto Stepnjak sono vittime di un tragico inganno: il vero nemico non sono gli ipotetici controrivoluzionari infiltrati, bensì lo stesso sistema sovietico.
Il contesto è appunto quello del regime di Josip Dzugasvili Stalin, dittatore onnipotente e paranoico, ossessionato dal timore di ipotetiche cospirazioni al punto di far arrestare e giustiziare anche le sue stesse persone di fiducia. Ancora non è possibile determinare il numero delle sue vittime tra il 1924 e il 1953: si stimano cifre analoghe a quelle dello sterminio operato dalla Germania nazista, in termini di milioni di morti. L'unica differenza è che, nonostante la somiglianza nei metodi, di quanto accadde in URSS si è parlato molto meno. Due procuratori ha il coraggio di farlo, in un'epoca come l'attuale in cui riaffiora la nostalgia per mostri come Stalin e Hitler e si fa di tutto per farli rivivere.
In tutto il film si avverte un'atmosfera kafkiana, dalla rassegnazione di alcuni alla disillusione di altri (tra cui l'uomo con una gamba sola sul treno per Mosca, il secondo ruolo interpretato da Aleksandr Filippenko, in un monologo ispirato a Le anime morte di Gogol); dall'immobilità dei presenti di fronte all'impiegata che perde fogli sulle scale e viene aiutata a raccoglierli solo dal protagonista, all'evidente stato di shock dell'uomo che cerca l'uscita dal palazzo della Procura generale, fino all'ambiguità di certi personaggi quali il sedicente compagno di scuola che saluta calorosamente Kornev o i due allegri compagni di viaggio sul treno del ritorno per Brjansk.
La vicenda è permeata dalla sensazione di potere incontrastabile della macchina cieca e arrogante dello Stato, che stritola l'ingenua onestà del giovane procuratore. Questo è un mondo in cui tutti esitano ad agire di propria iniziativa, nel timore di commettere un errore fatale; un mondo in cui vige l'impunità, almeno finché non si cade in disgrazia e si viene condannati in quanto "antisociali". Nella conversazione in streaming che ha preceduto la proiezione inaugurale del 12 febbraio in vari cinema d'Italia, la direttrice del Trieste Film Festival Nicoletta Romeo ha chiesto al regista se l'arte, in tutte le sue forme, possa cambiare qualcosa nella realtà: Sergej Loznitsa, con una breve risata amara, ha ipotizzato che sia possibile a lungo termine, sottintendo che tentare di farlo sia in ogni caso dovere degli artisti.

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