lunedì 18 dicembre 2017

... Chi jedi ultimo



Recensione di Andrea Carlo Cappi

Mentre esco dal cinema soddisfatto, non mi è difficile immaginare qualche critico che, senza nemmeno esserlo andato a vedere, per puro esercizio di stile stronchi il nono film (e ottavo episodio) di Star Wars a colpi di frasi fatte, deplorando che ormai il cinema hollywoodiano – anche quando viene realizzato altrove – funzioni quasi solo a supereroi, sequel e remake. Vero, ma l’importante è che almeno siano fatti bene. Laddove il critico che va a vedere il film senza pregiudizi – Valerio Caprara, naturalmente – lo valuta per la sua efficacia come intrattenimento, pur cogliendone ingenuità e scelte di correttezza politica a fini di mercato. Che è ciò che conta per lo spettatore medio o mediamente appassionato della saga in questione.
Tra breve parlo anche del film, evitando gli spoiler. Ma prima, nel caso qualche critico pigro leggesse questo pezzo in cerca di spunti per una stroncatura, colgo l’occasione per spiegargli che con Star Wars non è sempre corretto parlare di sequel o di prequel: quando nel 1977 uscì il primo film, faceva già parte di un progetto costituito da tre trilogie e pronto ad arricchirsi di storie supplementari tra romanzi, fumetti e cartoni animati. Anche se nell’edizione italiana quel film si apriva con la semplice scritta Una nuova speranza, il pannello obliquo che spiegava il contesto della storia nella versione originale indicava Episode IV-A New Hope, mostrando l’intento evidente di collocare l’episodio all’interno di una serie più complessa, di cui quello era in realtà il principio della seconda trilogia (peraltro nella traduzione italiana molti nomi cambiavano proditoriamente, creando confusione: chi pensava all’epoca che i personaggi sarebbero diventati famosissimi con i nomi giusti e che la saga sarebbe continuata a distanza di quarant’anni?)
Sicché, quando tra il 1999 e il 2005 uscirono i film della prima trilogia, non si trattava di una bieca operazione commerciale, bensì di un progetto che riprendeva dopo una lunga interruzione. Discorso che vale anche per la terza trilogia ora in corso, anche se ignoro quanto sia rimasto delle idee originali di George Lucas. Ciò che permane è la colonna sonora, anche stavolta opera di John Williams, che qui cita non solo temi precedenti (Here They Come del 1977), ma anche la sua musica per Il lungo addio di Robert Altman.

I segnali incoraggianti c’erano in ogni caso già dal Natale 2016, quando uscì Star Wars-Rogue One, film fuori dalla numerazione degli episodi, che si collocava cronologicamente appena prima del Guerre stellari del 1977. Poteva essere un prodotto minore e invece risultò uno dei migliori mai usciti con il marchio Star Wars, sviluppando un accenno narrativo e un dettaglio in sospeso dell’Episodio IV (ovvero: come i piani della Death Star fossero arrivati nelle mani della principessa Leia e perché l’arma assoluta dell’Impero avesse un grave difetto di progettazione).
L’Episodio VII, ovvero Il risveglio della Forza del 2015, non era invece del tutto convincente: la trama sembrava in parte riciclata da quella dell’Episodio IV, mentre tra i cattivi il Leader Supremo Snoke (personaggio fabbricato su Andy Serkis) appariva solo in ologramma e l’ambiguo Kylo Ren (Adam Driver) non poteva competere con la perfidia assoluta di Darth Vader, lasciando il compito di far paura, ma solo per le sue attitudini naziste, al generale Hux (Domhnall Gleeson). Sappiamo tutti quanto contino gli antagonisti in questo genere di film.
Nell’Episodio VIII, tuttavia, proprio la debolezza di Ren risulta uno degli spunti narrativi più utili. Temi principali, come già altrove nella saga, sono la seduzione del Lato Oscuro della Forza e l’addestramento di un allievo da parte di un jedi veterano. Ma non aspettatevi scene, che sarebbero ormai consunte e prevedibili, in cui il maestro Luke Skywalker (Mark Hamill) insegni la via della spada alla neofita Rey: ci saranno in tal senso interessanti sorprese.
Riappaiono figure classiche: oltre allo stagionato Luke, ben lontano dal ragazzino bondo di un tempo, troviamo il superstite Chewbacca (Jonáas Suotamo, che sostituisce Peter Mayhew), la principessa-generale Leia Organa (Carrie Fisher, alla cui memoria è dedicato il film) e lo spirito del maestro Yoda (animato come sempre da Frank Oz). Cominciano a ingranare i nuovi personaggi: l’impulsivo pilota Poe Dameron (Oscar Isaac), che sembra un po’ meno la brutta copia di Han Solo; lo stormtrooper disertore Finn (John Boyega) che deve di nuovo vedersela con la sua nemesi Phasma (Gwendoline Christie); e, soprattutto l’autentica eroina della nuova trilogia, Rey, cui Daisy Ridley presta il marcato accento british cui ha dato libero sfogo anche in Assassinio sull’Orient Express. E ne appaiono anche di nuovi, quali la viceammiraglio Holdo (Laura Dern), la tecnica Rose (Kelly Marie Tran) e la figura da spaghetti western di DJ, in cui gigioneggia Benicio Del Toro. Fanno da contorno i soliti droidi ciarlieri e le bizzarre creature, comprese quelle fatte apposta per il merchandising infantile, che per fortuna non occupano troppo spazio nel film.

La Resistenza della Repubblica se la sta vedendo brutta, dopo i colpi subiti per mano del Primo Ordine ne Il risveglio della Forza. Nella vicenda si intrecciano la necessità di reperire un hacker e portarlo a bordo di un incrociatore nemico per disattivare l’apparecchio che consente di localizzare navi nelll’iperspazio, impresa cui si dedicano Finn e Rose; l’urgenza di portare in salvo i sopravvissuti della Repubblica, decimati dai nuovi assalti della flotta avversaria, situazione che mette l’uno contro l’altra Poe e Holdo; e gli incontri di Rey con Luke e i rappresentanti del Lato Oscuro, Snoke e Kylo. Non rivelo nulla, se non che quando il film potrebbe essere finito, rimandando il resto al prossimo episodio, riserva invece ancora sequenze memorabili. D’altra parte, nelle trilogie di Star Wars, i secondi episodi sono sempre i più interessanti.



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